AUTONOMIA SCOLASTICA NEL PAESE IRREDIMIBILE L’AUTONOMIA SCOLASTICA E LA RETORICA DELLA SICUREZZA

Questo brano che prende spunto, con alcune modifiche di stile e alcune abbreviazioni, dalle Operette Morali di G. Leopardi è dedicato a tutti i sapientoni che, ogni volta che succede un disastro naturale, ne accusano l’umanità. Essa ha certamente le sue colpe. Ma è pura retorica additarne le cause ai cittadini più poveri che spesso possono costruirsi una modestissima casa su un pizzo di montagna non avendo altre risorse e disponibilità, come pure non segnalare l’eccesso e le irregolarità commesse, soprattutto nelle parti più belle della nostra terra, da potenti e ricconi che per i loro agi utilizzano zone e spazi illegittimamente, senza alcun controllo da parte di chi dovrebbe. È un diritto avere una casa, nella quale abitare con i propri cari? Se è un diritto, deve esserlo per tutti e uno Stato che si definisce democratico a quello deve mirare sacrificandovi privilegi dei parlamentari, pensioni d’oro, patrimoni confiscati ai mafiosi, eccessive ricchezze di industriali, economisti, professori universitari, alto-borghesi in genere. Se invece non è un diritto, non continuiamo a prendere in giro i cittadini facendo credere loro che “apparteniamo ad uno stato democratico” perché con il voto esprimiamo chi ci governerà. È una pubblicità ingannevole che bisognerebbe eliminare dalle comunicazioni video-cibernetiche, invece di esserne visibilmente complici. La sicurezza, soprattutto nelle scuole, dipende dalla mancanza delle risorse, impiegate per milioni e milioni di euro a soddisfare le brame di uomini sconsiderati e potenti e dall’inadeguatezza della burocrazia insipiente, distratta ed inadeguata, chiamata a gestirne la soluzione. Spesso i fenomeni rovinosi che sono alla base di disastri scolastici sono stati favoriti dalla costruzione irregolare ed imperfetta degli edifici, per mancanza di affidamento secondo le regole e per anni è ignorata o malfatta dagli enti competenti la manutenzione ordinaria e straordinaria. È ottusa demagogia di chi ci governa ai vari livelli territoriali e nazionali addossare le responsabilità della sicurezza ai dirigenti scolastici, i quali, per la stragrande maggioranza dei casi, non per loro colpa, ma per una competenza altra che, comunque, li conduce a questa carriera, sono inadeguati a capire per quale motivo non funziona una lampadina. Non tutti i dirigenti hanno le caratteristiche e le competenze tecniche, tecnologiche, scientifiche, costruttivistiche, operaistiche, pratiche o altro che possa permettere loro di diventare capocantieri. Prevediamo, per favore, concorsi, che facciano capire se sono bravi anche a volare con le ali!!!!!!!!!! e quindi sono veramente un esempio di cattiveria burocratica le ispezioni di vigili del fuoco che con multe esose al dirigente trovano un capro espiatorio alle inefficienze del sistema. In ogni caso, quando la natura segue il corso della casualità e della violenza, gli esseri umani possono soltanto interrogarsi sulla loro impotente partecipazione ai misteri dell’universo.

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Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre, andando una volta per l’interiore dell’Africa, e passando sotto la linea equinoziale, vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; essa lo guardò fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.
Natura. Chi sei? Cosa cerchi in questi luoghi?
Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, sono giunto in questo luogo.
Natura. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese. La Natura?
Natura. Non altri.
Islandese. Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove si dimostra di più la mia potenza. Ma cosa ti moveva a fuggirmi?
Islandese. Tu devi sapere che io fino nella prima gioventù fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deliberai di vivere una vita oscura e tranquilla. Per tanto mi posi a cangiar luoghi e climi, e quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito di procurare la sola tranquillità della mia vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: E già vedo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi dei viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono.
Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che negli ordini e nelle operazioni mie, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io v’offendo in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, io non me ne accorgo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
Islandese. Poniamo il caso che uno m’invitasse in una sua villa e mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia e invece prendersi cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere dai suoi figliuoli. Se querelandomi di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmi. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non è compito tuo fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non potevo rifiutarmi, tu stessa, colle tue mani, mi ci hai collocato; non è dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, lo dico di tutto il genere umano, degli altri animali e di ogni creatura.
Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione.
Islandese. Dimmi, almeno, quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.
Gaetano Bonaccorso, gbonaccorso@alice.it

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