Istruzione – Le dieci domande al ministro Carrozza

 

La protesta degli studenti inizia con 10 domande rivolte al ministro Carrozza per invertire la marcia su Scuola e Università”.

 

Caro Ministro Carrozza,

Oggi siamo in piazza in tutta Italia per chiedere a questo governo e a Lei una inversione di marcia. Le vogliamo spiegare il perché e chiederle cosa ne pensa a proposito di alcune questioni sulle quali attendiamo risposta ormai da troppi anni. Per noi è giunto il momento di riceve risposte che siano concrete, di vedere la Scuola e l’Università al centro della politiche del Paese.

DIRITTO ALLO STUDIO: il DL Istruzione investe 15 Milioni sul diritto allo studio, una cifra che però, per la situazione che nei nostri istituti viviamo, è del tutto insufficiente. Il diritto allo studio è una materia esclusivamente regionale e, purtroppo, le diseguaglianze tra una regione e l’altra restano enormi. Non ritiene opportuno pensare finalmente ad un progetto di legge nazionale sul diritto allo studio per le scuole superiori che definisca i LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) che ogni singola regione debba fornire, e garantire finalmente a tutti gli studenti dei servizi minimi?

RIFORMA DEI CICLI: abbiamo sentito, non molto tempo fa delle sue dichiarazioni riguardanti la riduzione di un anno del percorso di studi. Non crede che sia necessario, piuttosto, in una situazione in cui uno studente su cinque non supera il primo anno e in cui una scelta fondamentale per il futuro quale quella della scuola superiore viene compiuta a 13 anni, ripensare la struttura della scuola e procedere ad una riforma dei cicli che dia maggiori libertà di scelta agli studenti, magari iniziando proprio dal biennio unitario, che posticipi la scelta del percorso di studi, e sia un mezzo utile per diminuire l’abbandono scolastico?

VALUTAZIONE: in alcune dichiarazioni Lei aveva definito la bocciatura una “estrema ratio” e “non auspicabile”. Siamo d’accordo con Lei, e anzi, diciamo di più: non pensa sia il momento di una riforma del sistema di valutazione che ad oggi è solo lo strumento per punire i “somari”? Non pensa sia il momento di superare il sistema della bocciatura e soprattutto eliminare da subito le rimandature, strumento inutile e costoso?

RAPPRESENTANZA STUDENTESCA: abbiamo ascoltato i Suoi inviti a tutti gli studenti di partecipare alla vita democratica delle proprie scuole e a scendere in piazza. A fronte però di un continuo attacco che abbiamo potuto vedere nei confronti della democrazia nella scuola, come quello che abbiamo sventato l’anno scorso rispetto al Disegno di Legge Aprea, le chiediamo se non ritiene necessario intervenire con una riforma del sistema di rappresentanza studentesca che dia maggiore spazio agli studenti, che ne garantisca la partecipazione e il potere decisione in ogni singola scuola e che non li lasci mai più privi di strumenti per far sentire la propria voce?

 RAPPORTO ISTRUZIONE e MONDO DEL LAVORO: in questi mesi ha più volte esternato la preoccupazione rispetto al rapporto tra Istruzione e mondo del lavoro e la volontà di incentivare tale rapporto in quanto necessario alla formazione completa di uno studente. Quest’estate abbiamo potuto vedere come una parte del Parlamento pensa questo rapporto con la proposta dell’ex Ministro Sacconi di abbassare ulteriormente l’età dell’obbligo. Non la preoccupa che questa volontà venga interpretata come una possibilità di sostituire il percorso formativo con l’apprendistato e allontanare quindi gli studenti prematuramente dal luogo della formazione? Per contrastare questa idea non pensa sia il momento di mettere subito l’obbligo scolastico a 18 anni lanciando un messaggio di chiarezza sull’importanza dell’istruzione?

 TASSE UNIVERSITARIE E DIRITTO ALLO STUDIO UNIVERSITARIO: la tassazione studentesca universitaria negli ultimi anni è aumentata del 60 per cento nonostante siamo il terzo paese in Europa per importo delle tasse studentesche. Le nostre proiezioni sui fondi stanziati per il Diritto allo Studio Universitario con il DL Scuola parlano di una contribuzione studentesca pari al 53% dei finanziamenti totali per Borse di Studio e di quasi 60.000 possibili idonei non beneficiari per il 2014. Ogni anno migliaia di giovani in condizioni economiche disagiate sono tagliati fuori dai gradi più alti dell’istruzione e dall’unico reale ascensore sociale del Paese. Perché ogni anno si trovano miliardi di euro per investimenti statali più che discutibili – basti pensare alle spese militari e al recente caso della portaerei Cavour – e non si garantisce, con le poche centinaia di milioni di euro necessari, l’accesso universale all’istruzione, diritto umano garantito dalla stessa Costituzione?

 NUMERO CHIUSO: quest’anno abbiamo assistito al disastro “bonus maturità”, il quale poneva gli studenti in una posizione di assoluta disparità tra loro sulla base del punteggio ottenuto all’esame di maturità. Questa è stata l’ennesima dimostrazione del fatto che l’attuale sistema d’accesso al mondo universitario sia carente sotto tutti i punti di vista e non tiene assolutamente conto dei dati che ci vedono al terzultimo posto per numero di laureati in Europa. Considerato che gli attuali Stati in crescita economica sono quelli che hanno puntato fortemente sull’aumento del numero di laureati, vedendo in essi una risorsa per il Paese e non un peso, come pensa il nostro Paese di raggiungere gli obiettivi posti dal piano Europa 2020 sul numero di laureati? Come possiamo garantire realmente l’accesso all’istruzione se abbiamo una percentuale di corsi a numero chiuso e programmato ormai pari al 57,3%?

 IL FUTURO DEI GIOVANI ITALIANI: in un Paese in cui l’istruzione è una semplice voce di bilancio su cui da anni non si investe, in cui la qualità della formazione è vista come un peso per il mondo del lavoro, i giovani vivono un mondo precario che non da loro la possibilità di costruirsi un futuro: gli stessi giovani che dovrebbero fungere da spinta propulsiva per uscire dalla recessione vengono considerati un “piaga” a cui si è scelto di non dare risposta. Invertire la marcia per uscire dalla crisi significa ripartire dai giovani e dalla loro formazione verso un’economia della conoscenza in cui competenze e formazione siano colonne portanti. La via dell’austerity scelta dall’Europa non ha funzionato, lo dimostrano fatti gravissimi come la chiusura dell’università di Atene: è ora di prendere un’altra strada, ma in realtà cosa sta facendo il Governo per dare un futuro a questa generazione di giovani precari e a questo Paese? Gli strumenti per invertire marcia ci sono, qual’è la paura che porta l’Italia a non investire sui giovani?

LE BARONIE UNIVERSITARIE E IL TURN-OVER: alcuni giorni fa ha dichiarato che i professori settantenni danneggiano i giovani ricercatori, bloccando il sistema universitario e che intende eliminare il blocco del turnover, intento lodevole, se non fosse che la legge di stabilità attualmente in discussione ne prevede, al contrario, un prolungamento fino al 2017. Come unione degli universitari, siamo da sempre impegnati nella battaglia contro le baronie universitarie, ma l’anzianità dei docenti e’ solo la punta dell’ iceberg, perché il vero blocco del sistema sta nell’ assenza di risorse, nel  turn-over, e nella precarietà dei ricercatori. D’altra parte non e’ possibile sbloccare l’ università e scardinare le baronie, se non si attaccano i privilegi e le gerarchie reali, interne alla componente docente. Va in questa direzione la proposta di introdurre il ruolo unico della docenza, misura che consentirebbe di ridurre i privilegi e garantire parità di trattamento a parità di funzioni, dando maggiore spazio e possibilità ai giovani ricercatori e docenti. Cosa pensa di questa proposta concreta Ministro? E inoltre, se intende dare concretezza alle sue dichiarazioni sul blocco del turn-over, si impegnerà affinché venga eliminato dalla Legge di stabilità attualmente in esame?

INVALSI  ALL’ UNIVERSITA’:  lei crede davvero, Ministro, che uno strumento di valutazione simile ai test Invalsi possa essere efficace in un sistema nel quale il sottofinanziamento, il blocco del turn-over, l’accreditamento, e i criteri della Gelmini stanno riducendo drasticamente l’offerta formativa e impoverendo la didattica? Può uno strumento di valutazione delle conoscenze individuali (specialistiche e generaliste), essere adottato come criterio di valutazione ai fini dell’accreditamento dei corsi e della ripartizione premiale dell’FFO, se agli Atenei mancano strutture e docenti e non hanno alcuna risorsa da investire nel miglioramento della didattica e degli strumenti d’apprendimento? Si può affamare un sistema, vincolarlo a stringenti criteri e parametri, e poi sottoporlo a valutazione non nell’ottica di offrire risposte e strumenti ulteriori per assicurare la qualità del percorso formativo, ma solamente per operare un’ulteriore discriminazione tra atenei di serie A e B?

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