Lavoro minorile – In Italia un minorenne su venti viene sfruttato!

In Italia un minore su 20 lavora. E’ un volto molto diverso degli adolescenti quello denunciati da Game Over, il dossier realizzato dall’Associazione Bruno Trentin e da Save the Children. Non ci sono i soliti ragazzetti viziati, i bulli e nemmeno quelli che vivono appesi a Facebook e allo smartphone.

Dei 260 mila under 16 che lavorano nel nostro Paese, 30 mila sono a rischio di sfruttamento, fanno un lavoro pericoloso per salute, sicurezza o integrità morale. Lavorano di notte e lo fanno ogni giorno, o quasi, sacrificando la scuola, gli studi e persino il riposo e la possibilità di stare con gli amici.

Ad essere cancellata è di sicuro la scuola anche prima del termine dell’obbligo scolastico l’«offerta formativa viene percepita generalmente distante dalle necessità di sviluppare competenze professionali richieste dal mercato del lavoro». In molti casi è anche la famiglia a spingere i minori ad abbandonare gli studi. Il ragazzo non sembra particolarmente portato per la scuola. A quel punto l’alternativa è la strada e alcuni genitori preferiscono non ostacolare l’inizio di lavori anche se a volte sono a rischio. , non ostacolare l’inserimento in attività lavorative precoci anche se a volte sono rischio.

A lavorare e ad essere sfruttati sono maschi e femmine, senza troppe differenze: il 46% dei 14-15enni che lavorano sono femmine. Il dossier sottolinea che la presenza dei giovani lavoratori è concentrata al Sud e nelle isole, in particolare in Sicilia. Spesso si tratta di lavori occasionali (40%) e in ambito familiare (41%). Ma c’è anche un 14% di minori che lavora fuori dalla cerchia familiare. L’occupazione più diffusa è nella ristorazione (18,7%); segue vendita ambulante e stanziale, allevamento e lavoro in cantiere per l’1,5%. Le attività più continuative sono proprio nella ristorazione, seguono il lavoro di cura e le attività artigianali e domestiche.

Un altro aspetto ben evidenziato nel dossier è il fatto che lo sfruttamento sul lavoro può spingere il giovane a entrare nella criminalità, perché può essere percepita «non troppo distante nelle modalità di relazione tra chi comanda e chi esegue un lavoro». Oltretutto e attività illecite sono legate alle «amicizie» o ai «legami» presenti nel quartiere, e quindi possono essere considerate l’unica possibilità per chi si trova in situazioni di disagio di guadagnare tanto e con poche ore di lavoro».

 

La Stampa

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