Riforma delle classi di concorso, sono passati cinque anni…

 

A 5 anni dalla legge che le prevedeva (il decreto legge 112/20008), a supporto di una riduzione delle ore di lezione nella più ampia e cruenta riforma Tremonti-Gelmini, e dopo innumerevoli bozze di decreto (se ne contano almeno sei), delle nuove classi di concorso non se ne sa più nulla. Non se ne ha traccia neanche ai tavoli di confronto con i sindacati. Intanto si stanno avviando per migliaia di docenti precari nuovi percorsi di abilitazione riservati (i cosiddetti Pas) sulle vecchie classi. Con la conseguenza che potranno anche esserci insegnanti di nuova abilitazione in stenodattilografia e trattamento testi (A075 e A076), discipline in via di esaurimento e i cui docenti già di ruolo sono stati dirottati per esempio su informatica. E si segnalano anche sparute richieste di Pas per la classe di concorso di economia domestica. Il simbolo di un’altra Italia.

La mancata approvazione delle nuove classi di concorso sta creando difficoltà anche nella gestione quotidiana degli organici a livello territoriale, nella confluenza tra vecchie classi e nuove cattedre post riforma Gelmini. E numerosi sono i ricorsi da parte di chi si sente scavalcato rispetto alla propria graduatoria.

Francesco Profumo aveva provato, a pochi giorni dalla scadenza del mandato di ministro dell’istruzione, a firmare il decreto di riordino: per le scuole secondarie, il decreto prevedeva 56 classi di concorso, di cui 6 di nuova istituzione, al posto delle precedenti 122, a coprire l’intera area umanistica e scientifica. Altre 26 per gli insegnanti tecnico-pratici al posto delle 55 del decreto ministeriale del 1998. Una riduzione della frammentazione che rispondeva all’esigenza di una gestione più flessibile dei docenti su ambiti disciplinari più ampi, con risparmi a cascata anche sui corsi di formazione e i concorsi (più corsisti a percorso, meno commissioni ai concorsi). Un riordino complessivo insomma di ordinamenti e reclutamento che ha dovuto fare i conti con alcune incertezze dell’amministrazione e resistenze dei sindacati. «Non si fanno riforme di questo tipo quando ormai il governo è già a casa», tuonò la Flc-Cgil. A creare perplessità la fase transitoria, quella in cui convivono abilitati delle precedenti classi e delle nuove. Preoccupazioni soprattutto per i 170 mila docenti precari delle graduatorie a esaurimento: unificare le vecchie classi per dar vita alle nuove significa infatti anche unificare le graduatorie e gli organici. Con la conseguenza che magari un prof al terzo posto di una graduatoria finisca per diventare decimo dopo l’accorpamento. «In passato c’è stata una gestione confusa, ma la revisione delle classi di concorso per quanto ci riguarda va fatta», dice Massimo Di Menna, segretario della Uil scuola, «garantendo la gradualità dell’attuazione per il personale in servizio sia per la stabilità dell’organico che per la professionalità». Predica cautela Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola: «Visto che è stata fatta una riforma delle superiori che non è ancora giunta a conclusione, giacché manca l’ultimo anno, e che comunque ha già richiesto un forte adattamento, aspettiamo di vederne i risultati e poi valutiamo. Non abbiamo bisogno di approssimazioni, che produrrebbero solo ulteriore disorientamento nella scuola». Chiarisce Mimmo Pantaleo, numero uno della Flc-Cgil: «Non ci sono no ideologici da parte nostra, ma motivazioni di merito, per esempio siamo convinti che vadano ripristinati gli ambiti disciplinari, per consentire lo scambio dei docenti tra medie e superiori. Ma le classi di concorso vanno razionalizzate, ci sono classi ormai superate così come ne mancano altre di cui si ha estremo bisogno. Non si può pensare però di procedere con la mannaia».

Alessandra Ricciardi

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