Sono necessari mensa e tempo pieno nelle scuole dell’infanzia e primaria?

L’immunologa Antonella Viola sostiene che non serva rinviare l’apertura delle scuole di una settimana, se per mesi non si sia rafforzato il servizio pubblico e consiglia l’uso delle mascherine FFP2 per gli insegnanti durante la spiegazione.
Per quali insegnanti e, soprattutto, solo durante la spiegazione?
Nessuna parola sul consumo dei pasti e del tempo pieno nelle scuole dell’infanzia e primaria?

Infatti, se per i ragazzi delle superiori il tema scottante è il trasporto pubblico, per i bambini dell’infanzia e della primaria, che non hanno interrotto la frequenza, uno dei momenti più complicati è quello della pausa pranzo.

Il servizio di refezione è stato modulato principalmente nei seguenti modi:
al tavolo- banco della stessa aula, in cui il personale di ristorazione consegna il pasto tramite carrelli scaldavivande e in refettorio con modalità self-service, dove i bambini sono fermi sulla linea e gli addetti, separati da pannelli in plexiglas, consegnano loro un vassoio con piatto unico e posate monouso o semplicemente con la stessa modalità di “scodellamento” utilizzata prima dell’emergenza sanitaria, salvo ingressi contingentati e distanziamento sociale tra i bambini ai tavoli.

In classe accade che la lezione venga interrotta in anticipo o, di contro, si consumino i pasti tardissimo, poiché il personale adibito alla distribuzione deve servire tutte le classi e/o sezioni del plesso scolastico, che i bambini restino in posizione statica per 8 ore al giorno e che, privati di socialità e convivialità, con mascherine abbassate pranzino nello stesso ambiente in cui si studia, spesso inadeguato in termini di spazio fisico e areazione.
Le aule, piccole e affollate, anche se areate ogni cambio d’ora e coi termosifoni accesi, sono fredde e discenti e docenti indossano giubbini e cappotti per riscaldarsi.
I pasti sono stimati per ogni classe/sezione e, per motivi igienici, non è possibile chiedere e ricevere il bis, oltre a un appiattimento generale del menù e un aumento dei costi.

In refettorio, seppur alcuni dotati di plexiglass per separare le classi, le distanze non sono sempre rispettate, gli ambienti sono freddi e, sempre per questioni igieniche, i bambini non possono recarvisi col giubbino.
In altri refettori, privi di plexiglass, ma il cui ingresso è contingentato, essendo un ambiente diverso dall’aula scolastica, diventa il vero momento di convivialità, le chiacchiere sono inevitabili e anche la vista di mascherine chirurgiche o di comunità cadute per terra o maneggiate sul tavolo.
In queste condizioni, il consumo del pranzo a scuola è davvero così necessario?
È così necessario azzerare un’ottimale educazione alimentare, “costringere” i bambini a stare 8 ore continue a scuola con una mascherina, privarli del movimento, di una didattica della corporeità, negare loro momenti di socievolezza e convivialità o avere terrore che ci siano per alto rischio contagio?

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