Alla redazione
Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere, sperando di sbagliarmi. Ma i dati sono lì, ostinati: il prezzo della benzina ha superato di nuovo soglie che sembravano, solo tre anni fa, uno scenario catastrofico. E il governo? Il governo ha alzato le accise. Di nuovo.
Capisco che la politica fiscale sia una materia complicata. Lo capisce chiunque abbia mai aperto un manuale di economia pubblica, o anche solo letto un bilancio statale con una certa attenzione. Ma c’è un punto oltre il quale la complessità diventa un alibi. E quel punto, temo, è stato superato da un pezzo.
Le accise sui carburanti in Italia hanno una storia grottesca — questo lo sappiamo tutti, o almeno dovremmo saperlo. Ci sono voci che risalgono alla ricostruzione post-Suez del 1956, al terremoto del Belice, all’alluvione di Firenze. Tasse di emergenza che non sono mai andate via. Sedimentate. Normalizzate. E ora, invece di fare il minimo sindacale — ovvero togliere almeno le più anacronistiche — questo governo ne aggiunge di nuove, o ritocca verso l’alto quelle esistenti, con la faccia tosta di chi pensa che nessuno stia guardando.
Qualcuno dirà: ma le entrate fiscali sono necessarie, bisogna coprire i conti. Vero. Ma allora si ha il coraggio di dirlo chiaramente, di presentarsi davanti ai cittadini e spiegare dove vanno questi soldi, a cosa servono, perché non ci sono alternative. Invece no. Si aumenta di nascosto, si comunica male, si spera che l’attenzione pubblica sia altrove — tra un caso di cronaca e il prossimo scandalo politico.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, o meglio: sotto il naso di chiunque passi davanti a un distributore. Famiglie che tagliano i consumi. Artigiani e piccoli trasportatori che non riescono a fare i conti. Zone periferiche — e ne conosco, ci ho vissuto — dove l’auto non è un lusso ma una necessità assoluta, dove non esiste alternativa ferroviaria, dove il trasporto pubblico è uno slogan. Per loro ogni centesimo in più al litro è una tassa reale, concreta, che pesa sul bilancio mensile molto più di quanto pesino certi condoni che fanno notizia.
Non chiedo miracoli. Non chiedo che il governo azzeri le accise o intervenga sui mercati internazionali del petrolio — sarebbe demenziale anche solo pensarci. Chiedo, più semplicemente, una cosa sola: che chi governa abbia il coraggio di scegliere. Di dire dove si taglia, se si taglia. Di spiegare la propria visione energetica — se ne ha una. Di smettere di trattare i carburanti come un bancomat di riserva da spillare nei momenti di difficoltà.
Perché questo è il punto, alla fine. Non è solo una questione di soldi.
È una questione di metodo, di serietà, di rispetto per chi ogni mattina fa i conti con la realtà. Un governo che reagisce alle difficoltà economiche alzando le tasse sui consumi essenziali non sta governando: sta sopravvivendo. E spesso a spese di chi può permetterselo di meno.
Con rispetto,
un ex elettore che aspettava di sbagliarsi
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