Noi ci stupiamo di cose di cui oramai non c’è più nulla da stupirsi: le tragedie nelle discoteche, le morti sul lavoro, gli incidenti stradali, i femminicidi, le baby gang, gli atti di bullismo, le aggressioni fisiche e verbali, ecc. fanno parte del nostro tempo. Teoricamente, nel rispetto assoluto dell’etica e della morale, ancor prima che delle regole, sarebbero tutte cose evitabili se i fatti non dovessero fare i conti con la natura umana. La prima disubbidienza non la fece Eva “appena” 150.000 anni fa? Ed erano solo in due sulla faccia della Terra.
Ecco perché dietro qualsiasi tragedia, a parte l’imponderabile, c’è sempre la colpa di qualcuno.
Ma se duemila anni fa le tragedie venivano raccontate solo nei Vangeli più le fonti dell’informazione si sono moltiplicate più l’informazione stessa è diventata eterogenea e contrastante. Fino ad arrivare ai nostri giorni dove la comunicazione attraverso l’uso delle nuove tecnologie è talmente immediata che un fatto viene proposto e commentato ancor prima di un qualsiasi elemento che lo connoti sufficientemente. I social in questo rappresentano l’apoteosi.
Da quando si è incominciato a fare uso dell’intelligenza artificiale (AI), l’informazione è spesso finalizzata a falsare la realtà. Così ogni fatto, ogni parola, ogni immagine viene immersa nel frullatore dell’opinionismo da riporto dove per molti l’unico discernimento è dato quasi sempre dalla propria ideologia e dai propri preconcetti.
Viviamo in un’epoca in cui nulla è ben definito, anzi in un mondo dove tutto è discutibile, la cui unica cosa evidente è l’enfasi dell’economia a scapito dei valori umani fondamentali.
Sulla tragedia del “Constellation” di Crans-Montana (CH) avvenuta nella notte di capodanno del 2026 abbiamo letto, sentito e visto di tutto: dal trattato di neuroscienze fino allo sciacallaggio mediatico finalizzato alla monetizzazione dell’informazione. Ma di ciò ci si può ancora stupire quando viviamo in un’epoca dove anche chi ci governa cerca di fare i soldi sulla pelle di altri popoli?
La tragedia di Crans-Montana fa parte di questo scenario.
Dai volti ancora imberbi delle giovani vittime alla scena impietosa della proprietaria del locale che scappa dalle fiamme con la cassetta dei soldi il passo è breve. Una scena cinica, quest’ultima, dove il dio denaro prevale sulla pietà umana.
Ecco perché oggi è più difficile educare i nostri figli, gli input esterni che li condizionano sono troppi e troppo sono quelli devianti: sembra quasi che la differenza tra i disvalori e i valori sia solo una questione di percezione personale.
Così, come sempre accade, alla scuola si delegano i compiti più disparati: dai progetti estemporanei al recupero della coscienza civica nei ragazzi laddove falliscono le altre istituzioni. Certo, il compito della scuola è stato sempre quello di istruire ed educare in un patto di corresponsabilità tra docenti, genitori e alunni. Tuttavia se l’impotenza di tanti genitori nei confronti dei loro figli e le tante problematiche sociali ed esistenziali dei ragazzi vengono delegate alla scuola, mai come adesso la scuola è costretta a navigare contro corrente.
Ecco perché è impossibile non parlare di questa tragedia, nel momento in cui ci chiedono di tacere perché ogni parola potrebbe risultare fuori posto, allo stesso tempo ci chiedono di farne una riflessione costruttiva nelle scuole. Se la prima è impossibile, la seconda è quanto meno doverosa. Perché ogni tragedia è l’occasione per farci riflettere e cercare di capire gli errori commessi e i comportamenti da mettere in atto al fine di evitarli in un prossimo futuro. Tuttavia rimane una sfida sempre aperta perché nell’universo umano non si è mai vista la totale convergenza nei valori e nei fini. In una società giuridicamente costituita ognuno dovrebbe assumere le proprie responsabilità verso se stesso e verso gli altri, non è solo una questione di diritti e di doveri.
Nella tragedia del “Constellation” sono evidenti le responsabilità dell’amministrazione comunale di Crans-Montana per quanto riguarda le autorizzazioni concesse e i mancati controlli, come sono evidenti le negligenze da parte dei titolari del “Constellation” per quanto riguarda le norme di sicurezza.
Ma una riflessione occorre farla anche come genitori. Dispiace dirlo in un momento così difficile ma è moralmente necessario. Stiamo parlando di ragazzi con una età media intorno ai 16-17 anni, qualcuno anche di 14 anni (sic), che sono andati in discoteca, non alle 18 del pomeriggio ma a notte inoltrata, caso mai nemmeno sotto casa o nel proprio centro urbano ma a centinaia di chilometri di distanza dalla propria casa.
Sia chiaro non c’è nulla di male andare in discoteca però una considerazione sui tempi, luoghi e circostanze andrebbe fatta. Parliamo pur sempre di ragazzi ancora assoggettati alla responsabilità genitoriale.
Non c’è da stupirsi se i ragazzi filmavano, a quella età ci sta. Ci sta perché nell’era della “lobotomizzazione da smartphone”, con un livello della percezione del rischio bassa, l’ambiente claustrofobico e scarsamente ossigenato, l’euforia delle bollicine e la inconscia sicurezza di essere comunque protetti dai sistemi di sicurezza del locale, nulla faceva loro presagire quella sorte…se non quando era ormai troppo tardi.
Non si può essere adolescenti e adulti contemporaneamente, esiste un’età per ogni cosa.
Così gli unici a non aver alcuna colpa sono proprio questi ragazzi che vivono la loro età. Secondo Paolo Crepet “Se i genitori permettono ai loro figli giovanissimi di comportarsi da adulti quando escono la sera e tornano alle sei di mattina, quando bevono, quando vanno in vacanza soli con gli amici o con il fidanzato, dovrebbero accettare che possano avere comportamenti adulti anche in altre circostanze.”
Se non tutti i genitori possiedono pienamente gli strumenti per poter esercitare adeguatamente la loro condizione genitoriale allora la legge dovrebbe venire loro incontro. Ecco perché ci vorrebbe una legge ad hoc al fine di evitare l’ingresso nelle discoteche dei minori di 18 anni, se non accompagnati da maggiorenni. Invece ci vanno appunto anche ragazzini di 15-16, da soli, e a centinaia di chilometri da casa.
Questa è l’ennesima tragedia, tra le più strazianti considerato il numero elevato di morti e feriti. E ancora una volta, col senno del poi, purtroppo in un film già visto tante volte, viviamo lo sgomento, l’indignazione, la ricerca dei colpevoli, i pellegrinaggi della memoria e le immancabili commemorazioni.
Ma domani sarà un altro giorno…e forse tutto tornerà come prima, con gli stessi errori e le stesse ripromesse.
Angelo Pepe


