Cari colleghi,
Ho letto con interesse — e un certo fastidio, lo ammetto — l’articolo ripreso dal Financial Times sul cosiddetto “trucco” per ottenere una pensione più alta. Il meccanismo, per chi non lo avesse seguito, è sostanzialmente questo: ritardare volontariamente il momento del pensionamento permette, nei sistemi previdenziali contributivi, di accumulare coefficienti di trasformazione più favorevoli. Più si aspetta, più l’assegno mensile cresce. Il FT lo presenta come una scoperta, quasi una scorciatoia intelligente che i lavoratori avveduti dovrebbero conoscere.
Sarò diretto: non è un trucco. È aritmetica previdenziale. E presentarlo come tale dice qualcosa di preciso su chi scrive e, soprattutto, su chi si immagina come lettore.
Perché funziona? In teoria, perfettamente. In pratica, possiamo permetterci davvero di aspettare? Dipende — e questa è la parola che manca quasi sempre in questi articoli — da che lavoro si fa, da quanti anni lo si è fatto, dallo stato di salute a sessant’anni, e da quanti soldi ci sono in banca per attraversare gli anni di attesa. Un dirigente che a sessantadue anni lavora da casa con un contratto a tempo indeterminato può serenamente aspettare fino a sessantasette. Un operaio edile, un insegnante di sostegno esausto dopo trent’anni di supplenze, una donna che ha smesso di lavorare per badare ai genitori — loro di margine ne hanno pochissimo, spesso zero.
Il punto vero, quello che sfugge sistematicamente al dibattito mainstream sulla previdenza, è che il sistema contributivo italiano — introdotto con la riforma Dini del 1995 e poi esteso da Fornero nel 2011 a tutti i lavoratori — è costruito su un’ipotesi di continuità lavorativa che nella realtà non esiste quasi più. Trent’anni di contributi regolari, con carriere stabili e redditi crescenti: questo era il modello implicito. Poi sono arrivati i co.co.co., i voucher, le partite Iva aperte per necessità, i contratti a termine che si inseguono per anni. E il sistema ha continuato a girare come se niente fosse cambiato.
Rimandare la pensione è un privilegio. Non lo dico in senso moralistico — è una constatazione empirica. Chi può farlo, chi ha la salute, il reddito e la stabilità per aspettare, ci guadagna concretamente. Gli altri si trovano davanti a una scelta: andare in pensione con un assegno insufficiente o resistere in condizioni di lavoro che logorano. In entrambi i casi, il sistema non è neutro: premia chi ha già avuto di più.
Trovo curioso — e lo dico con la franchezza che ci si può permettere in una lettera alla redazione, non in un pezzo firmato — che certi articoli vengano pubblicati come se stessero rivelando qualcosa di utile a tutti. Il FT scrive per un pubblico preciso, questo è ovvio, e ha tutto il diritto di farlo. Il problema sorge quando i media italiani riprendono queste analisi senza contestualizzarle, senza chiedersi a quale fetta di lavoratori si rivolgono davvero.
Il “trucco”, insomma, funziona. Ma per un lavoratore su tre, forse meno. E questa non è una nota a piè di pagina: è la notizia.
Con stima,
Un lettore che segue la previdenza da vent’anni, non sempre con equanimità
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