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Fissato il valore del buono pasto, sarà di 9 euro

Buoni pasto, un diritto che divide: tra aumenti e discriminazioni nel pubblico impiego

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Il buono pasto da 7 passa a 9 euro? Facciamo il punto.

La questione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici è tornata al centro del dibattito, alimentata da una proposta di aumento della soglia minima, ferma a 7 euro dal lontano 2012. L’ipotesi, riportata da Il Messaggero, emerge dalla bozza del contratto per il triennio 2025-2027 delle Funzioni centrali, che prevede un adeguamento del valore minimo giornaliero, subordinato però a un intervento legislativo e alla disponibilità di risorse nelle casse dello Stato.

Un passo avanti? Forse. Ma l’incertezza sulle coperture finanziarie rischia di relegare l’iniziativa a una mera dichiarazione d’intenti. Antonio Naddeo, presidente dell’Aran, ha definito la norma una “clausola gancio”, sottolineando che senza fondi adeguati si rischia di rimanere al punto di partenza. Nonostante ciò, i sindacati si sono già attivati per spingere verso un aumento più consistente: secondo Marco Carlomagno della FLP, basterebbero 180 milioni di euro per portare il valore del buono pasto a 10 euro per tutti i dipendenti delle amministrazioni centrali.

Ma c’è un problema più ampio che questa proposta mette in luce: la disparità tra i diversi comparti del pubblico impiego. Al momento, infatti, l’aumento riguarderebbe solo le Funzioni centrali, lasciando fuori settori come scuola, sanità ed enti locali. Una scelta che non manca di suscitare polemiche, soprattutto nel mondo scolastico.

L’ANP (Associazione Nazionale Presidi) ha definito “un’anomalia tutta italiana” l’esclusione dei buoni pasto per dirigenti scolastici, docenti e personale ATA. Una disparità che diventa ancora più evidente alla luce delle recenti modifiche normative: l’innalzamento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici da 8 a 10 euro ha ampliato i benefici per chi già ne gode, senza però toccare minimamente il mondo della scuola.

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Le criticità sono molteplici. I dirigenti scolastici, ad esempio, operano in condizioni lavorative che sfuggono a rigidi schemi orari e che spesso richiedono spostamenti tra sedi diverse e impegni serali. Nonostante ciò, il loro diritto al buono pasto continua a essere subordinato a criteri pensati per altre categorie professionali.

Ancora più dura la posizione dell’Anief, che parla di “disparità intollerabile”. Il sindacato denuncia come oltre 1,3 milioni di lavoratori della scuola siano esclusi da un beneficio riconosciuto ad altri settori del pubblico impiego, persino in regime di lavoro agile. Una situazione che non solo acuisce le diseguaglianze interne al comparto pubblico, ma contrasta anche con la direttiva europea 88/2003, che garantisce condizioni lavorative dignitose per tutti i dipendenti.

La soluzione? Secondo l’Anief, servirebbero 1,5 miliardi di euro per estendere i buoni pasto a tutto il personale scolastico. Una cifra importante, certo, ma necessaria per sanare una disparità che non può più essere ignorata.

Il dibattito è aperto e la posta in gioco non è solo economica: si tratta di riconoscere pari dignità a chi ogni giorno contribuisce al funzionamento del sistema pubblico, indipendentemente dal comparto di appartenenza. Ma come spesso accade in Italia, la volontà politica rischia di scontrarsi con i vincoli di bilancio. E intanto, milioni di lavoratori continuano ad aspettare.

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