Tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. A questo mondo,si educa per la competizione,e la competizione è l’inizio di ogni guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace
(Maria Montessori).
Insegnare in contesti di povertà, marginalità o degrado significa spesso dover rinunciare a strumenti, spazi e certezze che altrove diamo per scontati. Proprio per questo,questi contesti diventano potenti laboratori di formazione per l’insegnante.
Il giro del mondo nelle scuole non è per me una parentesi,ma il filo rosso che trasforma il mio modo di insegnare.
Quando mancano materiali, stabilità o continuità,l’insegnamento si reinventa: il corpo diventa strumento didattico, la relazione diventa metodo, la creatività sostituisce la programmazione rigida. In queste situazioni l’insegnante scopre abilità proprie che non sapeva di possedere: capacità di adattamento,ascolto profondo, lettura dei bisogni reali.
L’esperienza in contesti educativi complessi non produce soluzioni standardizzabili, ma sviluppa una competenza fondamentale: saper scegliere, nel momento, ciò che è essenziale per chi si ha davanti. Entrare in una scuola per me è sempre un atto intimo e farlo in paesi diversi, con lingue, tempi e abitudini differenti, diventa un’esperienza trasformativa non solo per chi apprende, ma soprattutto per me che insegno.
In vari contesti ho appreso che quando il codice linguistico manca o è fragile, la relazione diventa il primo strumento didattico: passa attraverso il corpo, lo sguardo, il ritmo, l’ascolto. È in questo spazio relazionale che l’insegnante può superare il limite linguistico e culturale, rendendo possibile l’incontro educativo.
Il mio modo di fare scuola nasce proprio da qui: dal viaggio come strumento pedagogico,dall’osservazione diretta diclassi, cortili, rituali educativi sparsi nel mondo e in questi contesti che ho scoperto nuove strategie e, soprattutto,nuove abilità personali: la capacità di leggere il contesto, di adattare l’intervento educativo, di dare priorità alla relazione prima ancora che al contenuto.
Ad ogni rientro racconto le scuole incontrate nel mondo non per esercizio di esotismo, ma per un atto politico ed educativo. Per ricordare che la scuola può essere diversa, che esistono alternative possibili, che il cambiamento nasce spesso dallo sguardo di chi osa uscire dai confini.
Nel mio quotidiano importo nuovi metodi sperimentati sul campo,l’idea che il corpo è parte dell’apprendimento, l’importanza della natura come spazio educativo, il rispetto dei tempi individuali e una visione meno competitiva e più cooperativa del sapere.
Insegnare viaggiando mi ha insegnato,soprattutto, a restare in movimento anche quando sono ferma: nel pensiero, nelle pratiche, nelle domande.
Se la relazione educativa è ciò che rende possibile l’insegnamento oltre ogni limite linguistico e culturale, quanto spazio le stiamo davvero concedendo nelle nostre pratiche e nella formazione degli insegnanti?
Alessandra Lavino
Il giro del mondo nelle scuole-Miss Ale L’articolo in pdf
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