Inclusione scolastica: 600 ore, un diploma qualsiasi e il grande bluff italiano
C’è un modo molto semplice per capire quando una riforma non nasce per migliorare un servizio, ma per tagliare i costi: si abbassano i requisiti, si cambiano i nomi e si finge di “razionalizzare”. È quello che sta accadendo all’inclusione scolastica, partendo dalla Lombardia e allargandosi a macchia d’olio verso Piemonte, Liguria e oltre.
La domanda è banale, quasi offensiva: l’inclusione si impara in 600 ore?
Secondo le nuove linee guida approvate in Conferenza Stato-Regioni il 7 maggio 2025, sì. Basta un diploma qualsiasi e un corso regionale di almeno 600 ore per diventare Assistente all’Autonomia e alla Comunicazione (Asacom) e lavorare nella scuola accanto ad alunni con disabilità. Niente laurea in Scienze dell’educazione, niente psicologia, niente pedagogia speciale come prerequisito. Meno formazione di quella richiesta fino a ieri in molte Regioni. I corsi sono già partiti.
La Lombardia è stata la prima ad adeguarsi e ha stabilito che dal settembre 2026 questa qualifica sarà obbligatoria per lavorare nelle scuole. Nel frattempo, a Roma, un disegno di legge punta a inserire l’Asacom nei ruoli del personale scolastico statale. Traduzione: questa figura è destinata a diventare centrale, forse unica, nell’assistenza educativa scolastica. E qui il gioco si scopre.
Perché mentre si parla di “valorizzazione” e “uniformità”, si sta facendo l’esatto contrario: si abbassa l’asticella professionale. Prima in Lombardia servivano fino a 900 ore per chi non aveva una laurea. Ora 600 per tutti. Prima l’accesso era legato a percorsi coerenti. Ora è aperto a chiunque. È una scelta al ribasso, evidente, certificata.
E non è solo una questione formativa. È anche – e soprattutto – contrattuale. Dagli incontri con i sindacati emerge un disegno chiaro: nei prossimi bandi l’obiettivo è eliminare ogni riferimento agli educatori, “uniformando” tutti su livelli più bassi, come C1 o C2. In pratica: stesso lavoro, meno tutele, meno stipendio.
Oggi molti educatori laureati sono già inquadrati come D1, con la grottesca etichetta di “educatore senza titolo”, quando il titolo ce l’hanno eccome. Domani, se questa riforma andrà in porto, il messaggio sarà semplice: o accetti il declassamento o te ne vai. Ed è esattamente quello che succederà.
Il paradosso finale è il più grave: alla nuova figura che si vuole imporre vengono richieste le stesse competenze degli educatori. Stesso lavoro educativo, stessa responsabilità sugli alunni con disabilità, stessa presenza quotidiana nella scuola. Cambia solo il nome e si abbassa il costo. Un avvocato presente a una recente riunione è rimasto, parole sue, “allibito”.
Chi conosce davvero l’inclusione scolastica sa che l’Asacom non è un badante e non è un Oss. Deve saper lavorare sulla comunicazione, sulle relazioni, sulla pedagogia speciale, sulla complessità dei contesti classe. Pensare che tutto questo si possa comprimere in 600 ore è una scorciatoia pericolosa, l’ennesima.
Dopo i mini-corsi per insegnanti di sostegno, questo è un altro colpo al ribasso. Non una riforma, ma un maquillage. Non una visione sul futuro della scuola inclusiva, ma una toppa messa in fretta per risparmiare oggi, pagando domani con meno qualità, meno competenza e più disuguaglianze.
L’inclusione non si improvvisa. E soprattutto non si fa risparmiando sulle persone che la rendono possibile. Tutto il resto sono parole. E pure mal spese.
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