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Invalidità civile: riaperti i termini per l’accertamento sanitario. Domande fino al 31 marzo 2026

Invalidità civile, facciamo il punto

C’è una nuova opportunità per chi, negli ultimi mesi, ha visto sfumare la possibilità di avviare l’iter per il riconoscimento dell’invalidità civile. Con il messaggio n. 637 del 23 febbraio 2026, l’INPS ha annunciato la riapertura dei termini per la presentazione delle domande amministrative di accertamento sanitario in 40 province italiane. Una decisione che, se da un lato rappresenta un’ancora di salvezza per molti cittadini, dall’altro lascia aperti interrogativi sulla gestione di un sistema che, ancora una volta, sembra arrancare.

Ma andiamo con ordine. Stando a quanto comunicato, chi ha trasmesso un certificato medico introduttivo entro il 28 febbraio 2026 – redatto secondo le modalità precedenti al decreto legislativo n. 62/2024 – potrà presentare la domanda di accertamento sanitario fino al 31 marzo 2026. Una proroga, questa, che si è resa necessaria a causa della tempistica strettissima tra la pubblicazione del decreto-legge n. 19/2026 (il 19 febbraio) e l’avvio della terza fase della sperimentazione (il 1° marzo). Insomma, una corsa contro il tempo che ha rischiato di lasciare indietro migliaia di persone.

La scelta dell’INPS di riaprire i termini è senza dubbio un passo nella direzione giusta. Tuttavia, non possiamo non chiederci come sia possibile che questioni così delicate continuino a essere gestite in modo così affrettato e, talvolta, approssimativo. Non si tratta solo di scadenze e procedure: dietro ogni domanda di invalidità civile c’è una persona, una famiglia, spesso una situazione di fragilità che meriterebbe ben altra attenzione.

Non è la prima volta che assistiamo a questo genere di situazioni. Negli ultimi anni, il sistema di accertamento sanitario per l’invalidità civile è stato oggetto di numerose modifiche normative e sperimentazioni. L’intento dichiarato è sempre stato quello di semplificare le procedure e ridurre i tempi di attesa. Eppure, troppo spesso le modifiche finiscono per generare confusione e incertezza, con il rischio concreto di penalizzare proprio chi ha più bisogno.

La proroga fino al 31 marzo offre un margine di respiro, ma non risolve il problema alla radice. Perché, diciamolo chiaramente, non è normale che una persona debba correre contro il tempo per non perdere un diritto fondamentale. Non è normale che ci si trovi a fare i conti con un sistema burocratico che sembra più interessato a tutelare se stesso che non a rispondere alle esigenze dei cittadini.

E poi c’è un’altra questione da considerare: l’accesso alle informazioni. Non tutti hanno la possibilità o le competenze per districarsi tra messaggi dell’INPS, decreti e scadenze. Chi garantisce che questa proroga sia conosciuta da tutti gli interessati? Ancora una volta, il rischio è che chi vive in condizioni di maggiore disagio resti ai margini, escluso da un sistema che dovrebbe invece includere.

Ora più che mai, sarebbe necessario un cambio di passo. Non basta prorogare i termini o pubblicare messaggi tecnici: serve un sistema più chiaro, più accessibile e soprattutto più umano. Un sistema che metta al centro le persone e non le scartoffie.

Per chi rientra nei requisiti indicati dall’INPS – certificato introduttivo inviato entro il 28 febbraio e nessun nuovo certificato trasmesso secondo le modalità attuali – il consiglio è di non perdere tempo e procedere subito con la presentazione della domanda. Ma il vero augurio è che questa sia l’ultima volta in cui si renda necessaria una proroga d’emergenza. Perché la tutela dei diritti non dovrebbe mai essere una corsa ad ostacoli.

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