Alla Redazione di InformazioneScuola,
scrivo con un certo peso addosso, più che rabbia direi una forma di delusione che si è accumulata nel tempo, quasi senza accorgermene. Perché sì, lo ammetto senza troppi giri di parole: ho votato Giorgia Meloni. L’ho fatto convinta, o quantomeno speranzosa, che potesse esserci una svolta, soprattutto sul piano economico.
Non mi aspettavo miracoli — quelli li lasciamo alla retorica da campagna elettorale — ma nemmeno questo senso diffuso di arretramento. La realtà, quella che si tocca ogni giorno, racconta altro: stipendi che sembrano sempre più leggeri, spese quotidiane che aumentano senza tregua, e la sensazione concreta che il potere d’acquisto si sia, se non proprio dimezzato, comunque drasticamente ridotto.
Si dirà che il contesto internazionale è difficile, che le crisi sono globali, che l’inflazione non nasce a Palazzo Chigi. Tutto vero, per carità. Ma allora viene spontanea una domanda: dov’è finita quella capacità di incidere, quella promessa di difendere il lavoro, i salari, le famiglie?
Nel mondo della scuola, poi, questa frustrazione si amplifica. Perché chi lavora tra le aule sa bene cosa significa arrivare a fine mese con sempre più fatica, mentre le responsabilità restano le stesse — se non aumentano.
Forse il punto è proprio questo: non tanto l’errore di aver creduto, quanto la sensazione di non essere stati ascoltati. E quando chi governa perde il contatto con la realtà quotidiana delle persone, la delusione diventa inevitabile.
Non scrivo per polemica sterile, ma per onestà. Perché riconoscere un errore, anche politico, è l’unico modo per non subirlo due volte.
Cordialmente
Mirella C.
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