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Istituti tecnici nel caos: il Movimento 5 Stelle chiede lo stop alla riforma Valditara

La riforma degli istituti tecnici del governo Meloni non piace e taglia molti posti

ROMA – La scuola italiana è di nuovo al centro di una tempesta politica e istituzionale. Questa volta l’occhio del ciclone è rappresentato dalla riforma degli istituti tecnici, promossa dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Un intervento che, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto rilanciare un settore cruciale per la formazione dei giovani e per il futuro del Paese, ma che, secondo le critiche sempre più accese, rischia di trasformarsi in un boomerang.

A sollevare il caso è Antonio Caso, deputato del Movimento 5 Stelle e membro della Commissione Cultura, che non usa mezzi termini: “La riforma non solo nasce male, ma viene attuata nel peggiore dei modi, senza alcun rispetto per i tempi della scuola”. Parole dure, che riflettono un malessere diffuso tra le fila dell’opposizione e che trovano eco anche tra molti operatori del settore.

Ma cosa c’è di così problematico in questa riforma? Il decreto attuativo, pubblicato lo scorso 9 marzo, sembra essere il cuore del problema. Un tempismo che definire inopportuno è un eufemismo: le iscrizioni per il prossimo anno scolastico erano già chiuse, lasciando studenti e famiglie in balia dell’incertezza. Un dettaglio non da poco, se si considera che la scelta di un percorso tecnico implica spesso una valutazione attenta delle prospettive future, sia formative che lavorative.

E non è tutto. A pochi mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico, scuole e docenti si trovano a fare i conti con una riforma di cui mancano ancora tasselli fondamentali. “Non ci sono le linee guida operative né una revisione delle classi di concorso coerente con il nuovo ordinamento”, denuncia Caso. La conseguenza? Una confusione generalizzata che rischia di compromettere la programmazione didattica e la definizione degli organici. E in un sistema scolastico già messo a dura prova da anni di tagli e riforme incomplete, questo potrebbe essere il colpo di grazia.

Ma le critiche non si fermano alla forma. Anche i contenuti del provvedimento sollevano dubbi e preoccupazioni. Tra le misure più contestate c’è la riduzione del monte ore di alcune discipline fondamentali come geografia e italiano. Una scelta che, secondo i detrattori, non solo impoverirebbe l’offerta formativa, ma potrebbe avere ripercussioni pesanti sugli organici e sulle cattedre. “Altro che rilancio dell’istruzione tecnica – incalza Caso – questa riforma rischia di trasformarsi in un danno strutturale per scuole, studenti e lavoratori”.

La richiesta del Movimento 5 Stelle è chiara: fermare tutto e rinviare l’entrata in vigore della riforma. Una pausa che servirebbe a rivedere il provvedimento in modo più organico e condiviso, coinvolgendo tutte le parti interessate. Ma sarà sufficiente? Oppure si tratta solo di un altro capitolo nella lunga storia di riforme scolastiche calate dall’alto e poi abbandonate a metà strada?

Quel che è certo è che il tempo stringe. Ogni giorno che passa senza risposte concrete alimenta l’incertezza nelle scuole e tra le famiglie. E in un Paese che dice di voler puntare sui giovani e sulla formazione per costruire il futuro, lasciare che l’istruzione tecnica sprofondi nel caos sarebbe un errore imperdonabile. Resta da vedere se il ministro Valditara raccoglierà l’appello o se, come spesso accade, si tirerà dritto, ignorando i segnali d’allarme che arrivano da chi vive la scuola ogni giorno.

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