Gentile Redazione,
vi scrivo come madre, prima ancora che come cittadina, dopo aver letto l’articolo dedicato all’Istituto Keynes di Castel Maggiore ( Bo) frequentato da mio figlio. Lo faccio con rispetto, ma anche con una profonda urgenza interiore: perché ciò che è stato raccontato non è la scuola che mio figlio vive, e non è la scuola che io, come genitore, conosco.
Leggere parole che parlano “a nome degli studenti” senza che gli studenti siano mai stati ascoltati è stato doloroso. Mio figlio si è sentito esposto, tirato in ballo, usato come simbolo di una narrazione che non gli appartiene. Non è stato interpellato, non è stato consultato, non è stato coinvolto. Eppure il suo vissuto viene raccontato come se fosse una verità condivisa. Non lo è.
La scuola descritta nell’articolo come luogo oppressivo e disumanizzante non corrisponde alla nostra esperienza. Al contrario, per mio figlio quella scuola è stata — in uno dei momenti più difficili e bui della sua vita — un luogo di salvezza. Non uso questa parola con leggerezza.
Ci sono stati docenti che non si sono limitati a “fare lezione”, ma hanno visto un ragazzo in difficoltà, lo hanno ascoltato, sostenuto, protetto. Due insegnanti, in particolare, hanno avuto il coraggio e l’umanità di esserci davvero quando tutto sembrava crollare. Senza il loro intervento, la loro attenzione e il loro senso profondo del ruolo educativo, oggi la storia di mio figlio potrebbe essere molto diversa.
Questa è una realtà che non fa rumore, che non finisce facilmente sui giornali, ma che per una famiglia significa tutto.
Ridurre il lavoro dei docenti a una caricatura ideologica è ingiusto. È ingiusto verso chi ogni giorno entra in classe con serietà, competenza e responsabilità. È ingiusto verso i ragazzi, che hanno bisogno di adulti credibili, non di narrazioni semplificate che parlano sopra le loro teste. Ed è ingiusto verso una comunità scolastica che vive di relazioni complesse, faticose, ma anche profondamente umane.
La scuola non è perfetta. Nessuno lo sostiene. Ma raccontarla solo come un luogo di oppressione significa cancellare le storie di cura, di attenzione, di presenza silenziosa che non fanno notizia, ma che tengono in piedi vite fragili.
Vi scrivo perché credo che anche queste storie abbiano diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico. Perché la scuola reale non è fatta di slogan, ma di persone. E perché, quando si parla di ragazzi, le parole contano. Possono ferire.
Ma possono anche restituire verità.
La scuola deve abituare i nostri figli a farsi carico del lavoro, a vivere con la consapevolezza che tutto si conquista con l’impegno e il sacrificio. Alla loro età andare a scuola è il loro lavoro…
Le verifiche, le interrogazioni sono necessarie non solo per imparare e apprendere ma anche per mettersi in gioco, crescere e confrontarsi…
Questa è la mia. Ed è una verità che sentivo il dovere di dire.
Cordiali saluti
La mamma di “Cipollino” uno studente dell’Istituto Keynes Liceo Linguistico Castel Maggiore (Bo)
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