Gentile direttore,

sono un docente di scuola superiore e pochi giorni fa ho partecipato all’ultima riunione di consiglio d’istituto dell’anno scolastico. Sono stato messo a conoscenza che la nostra scuola (un liceo classico di Roma con più di mille studenti) sta per spendere la notevole somma di 119.000 euro per acquistare una quarantina di LIM, le lavagne interattive multimediali (1750 euro circa l’una, più installazione e corso di formazione “gratuito” – sic!), e una ottantina di tablet da fornire in comodato d’uso ai docenti da utilizzare come registro elettronico.

Onestamente, in una scuola dove il vocabolario di latino devo portarmelo da casa, e 43 classi su 44 non rispettano i requisiti igienico sanitari relativi all’affollamento delle aule (minimo 1,98 metri quadri per alunno), la lavagna interattiva multimediale (LIM) non mi sembrava la priorità. Certo, alcune materie possono avvalersene in modo proficuo, e infatti alcune LIM sono già installate nei laboratori scientifici, nell’aula di lingue e nell’aula multimediale che tutti noi docenti possiamo utilizzare su semplice prenotazione. In realtà, e lo dico da persona e da insegnante per niente passatista, la validità didattica della LIM per le materie umanistiche – per cui dovremmo averne una in ogni aula – è tutta da dimostrare: appiattisce la trasmissione del sapere ai modi dello schermo televisivo e del computer, laddove la relazione con il libro, la capacità di leggere e capire un testo complesso, la capacità di studiarlo e assimilarne i contenuti, la maturazione di un civile (perché serve alla civitas) spirito critico che si forma nella e con la lettura e la riflessione appartengono purtroppo a pochi italiani, giovani e no. Insomma, avrei voluto almeno che l’introduzione delle LIM in tutte le aule scolastiche fosse stata decisa da un confronto in termini di contenuti dell’insegnamento e di metodi pedagogici e didattici, mentre i nostri governanti pensano solo all’immagine, procedono per schemi o meglio per mode e slogan superficiali, si dimostrano incapaci di pensare al senso delle cose che si fanno.

Con il registro elettronico, i genitori potranno conoscere immediatamente (cioè, etimologicamente, senza mediazione) i voti dei figli. Invece quella mediazione che si vuole cancellare è importante, soprattutto nella scuola superiore, perché diventare adulti significa anche acquisire un proprio diritto alla riservatezza, significa imparare a gestirsi e a correggersi, per non dire che l’impostazione di un rapporto genitori figli basato su un controllo ossessivo anche a distanza sulla vita dei secondi lascia quantomeno da pensare.

Ma molti diranno che questo è un argomento opinabile, quindi mi fermo al fatto materiale oggettivo: il registro cartaceo costava tre o quattro euro a esemplare (ma il costo industriale è di poche decine di centesimi), ora in un colpo solo abbiamo almeno cinquantuplicato il costo. Non starò qui a dire che con quei soldi sarebbe stato opportuno rinnovare il contratto nazionale di lavoro degli insegnanti, visto che gli ultimi aumenti in busta paga risalgono ai tempi del governo Prodi (ma dai: mica vorremo dare quattro euro a quei falliti che ancora si dedicano a insegnare qualcosa ai giovani italiani, giusto?), ma, per Giove, con questa buffonata del registro elettronico li stiamo buttando dalla finestra!

Ora, alle mie (e di altri colleghi) obiezioni relative proprio allo spreco di denaro, il mio Dirigente Scolastico ha risposto che non sta al Consiglio d’Istituto prendere decisioni, ma solo ratificare la spesa, perché il registro elettronico è ormai prescritto dal Ministero. Forse c’è qualche ditta di amici che doveva vincere un appaltino di forniture milionarie? O qualche ministro affamato di carriera ansioso di passare come grande innovatore (a spese del contribuente, ovviamente)?

Io sono solo un professore di latino e greco, ma se dentro quel ministero c’è ancora qualcuno onesto (non solo intellettualmente), che fermi questo spreco assurdo di denaro pubblico.

Cordiali saluti, Massimo Sabbatini

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