“Parco Verde, a Caivano? Dal nome dovrebbe essere un bel posto”, dissi rivolgendomi a mia moglie.
“Di bello ha solo il nome”, replicò il sindacalista.
Questo accadeva in un sindacato di Napoli dove ci recammo per conoscere la sua prima scuola come neo immessa in ruolo della scuola elementare.
Per un anno, da quel 1° settembre 1991, mia moglie si alzò alle 5 di mattina per prendere il treno e poi un autobus che la portasse fino all’ingresso del Parco Verde di Caivano. Più di due ore di viaggio all’andata e altrettante al ritorno. A volte l’accompagnavo pure io con la mia auto e l’aspettavo fino al termine del suo lavoro. Intanto ci giravo dentro, a piedi, “che sarà mai” mi dicevo.
Ecco perché conosco quel Parco Verde e quel 3° Circolo Didattico posto nell’ombelico di un rione fatto di palazzoni tutti uguali e tutti scoloriti. In quel parco, all’epoca già noto, di gente in giro non se ne vedeva, tuttavia nessuno passava inosservato, attraverso i vetri opacizzati delle finestre c’erano tanti occhi che ti osservavano.
Quel Parco Verde era noto solo nell’hinterland napoletano e già non se ne parlava bene. A sentire le voci in giro uno si aspettava capannelli di spacciatori dietro ogni angolo, scorribande di adolescenti rissosi su moto rubate e qualche proiettile vagante. Forse quello fu un anno fortunato per mia moglie perché io non vidi mai nulla di tutto questo. Già si spacciava la droga, ma non si vedeva, c’erano tantissime persone nelle patrie galere per reati vari, e questo era pure vero. Quello che si vedeva era solo un vuoto assoluto, sembrava quasi un rione dormitorio perché il tutto si svolgeva dentro le case, non fuori. Ma quello che colpiva di più era la totale assenza delle istituzioni e dei servizi essenziali per la comunità. Il primo bar si trovava a un chilometro di distanza dal parco.
Era evidente che quelle tante difficoltà richiedevano abnegazione e sacrifici non comuni da parte delle maestre e non solo, perché anche i bambini arrivavano a scuola già stanchi per aver fatto le ore piccole a casa (per questo c’era anche chi si addormentava sui banchi e chi scappava), ma intanto ci venivano, con una frequenza non proprio assidua, ma venivano. Le maestre si dedicavano con amore a quei bambini e loro questo lo percepivano. Ecco perché di quell’anno non ricordo alcun contrasto con le famiglie, anzi, nonostante i loro diffusi problemi con la giustizia, molte di esse cercavano di collaborare con la scuola. Proprio così, seppure tra le mille difficoltà, funzionava bene quel 3° Circolo Didattico di Caivano, perché tra dirigenza, docenti, segreteria e personale ATA c’era una bella coesione e comunione d’intenti. Eppure di quella scuola nessuno ne parlava.
Non ricordo dell’ISISS “Francesco Morano” in quel contesto, leggendo la sua storia, sembra che stesse incominciando a trasferire le sue prime classi dalla sua sede storica, posta in pieno centro, ai margini del parco.
Quello fu pure l’anno scolastico in cui apparve nelle sale cinematografiche il film “Io speriamo che me la cavo” diretto da Lina Wertmüller e interpretato magistralmente da Paolo Villaggio, tratto dall’omonimo libro di Marcello D’Orta, un maestro elementare che insegnava in un scuola di Arzano (NA), che nel film diventa la scuola “sgarrupata” della fantasiosa Corzano. Quel film mise in luce un sistema scolastico fatto di tanti problemi ancora irrisolti, ma anche la ricchezza umana e culturale delle periferie. In quel film io ci ritrovavo il Parco Verde: una scuola di frontiera.
Nonostante tutto in quell’anno scolastico mia moglie non fece nemmeno un solo giorno di assenza a scuola.
Però era già chiaro che il protrarsi di quell’isolamento dal resto della città e la totale assenza delle istituzioni e dei servizi essenziali l’avrebbero destinato a diventare un luogo di crescente concentrazione della microcriminalità, spaccio e altre attività delinquenziali.
C’è voluto il Decreto Caivano e una fiction televisiva di supporto per far conoscere all’intero paese una realtà finora ignorata da tutti.
In una recente intervista il sindaco di Caivano ha detto che “quella che vediamo in TV è una pagina di storia passata. Le sceneggiature si scrivono su fatti già avvenuti, la realtà di oggi, fortunatamente, corre più veloce della pellicola”.
La verità è che nel nostro paese ci sono tanti parchi verdi, basti pensare a tutte quelle scuole situate nelle zone degradate delle periferie delle grandi città e non solo. Come tuttora esistono nelle nostre città, nei nostri paesi, scuole con edifici fatiscenti, palestre e laboratori inesistenti, aule inadeguate e sovraffollate. Senza dimenticare la realizzazione di quegli alveari umani (es. Le Vele di Scampia) che lasciano fin da subito prefigurare il destino di chi ci andrà ad abitare. Nulla viene dal nulla, questi agglomerati cementizi hanno favorito la disgregazione sociale. Chi lavora nella scuola sa di dover affrontare anche queste deficienze.
Ora un film o una fiction televisiva sulla scuola può avere il grande merito di portare alla luce realtà sconosciute, seppure enfatizzate e romanzate. Ma anche il difetto di far passare messaggi fuorvianti perché marginali: dai film di Pierino di Alvaro Vitali a quello de “L’attimo fuggente” passando per “La scuola” di Daniele Luchetti. E di volta in volta l’insegnante diventa pusillanime e eroe, quando la scuola non ha bisogno né dell’uno né dell’altro. Come non ha bisogno di dirigenti narcisisti e dispotici.
Certo, ognuno di noi ha la possibilità di esserlo ma quello che servono sono semplicemente dirigenti e insegnanti preparati, motivati e motivanti senza per questo sentirsi inadeguati. Nel caso della scuola l’eroismo solitario non esiste né lo si può imporre. Una grande orchestra non si fa avendo a disposizione solo un grande direttore, occorrono anche bravi musicisti: la scuola è come un’orchestra.
“Sventurata la terra che ha bisogno d’eroi” esclamava Galileo Galilei in uno dei drammi di Bertolt Brecht.
Purtroppo viviamo in un momento storico in cui il disagio giovanile è in fase espansiva: lo dimostrano i troppi fatti negativi di cronaca che investono tante scuole seminate su tutto il territorio nazionale. Ecco perché oggi, come diceva il sindaco di Caivano, Il Parco Verde non è l’unico posto del disagio socio-culturale ma ne è diventato il simbolo grazie al suo decreto ad hoc e l’attenzione mediatica consequenziale. Perché la scuola in quel luogo c’è sempre stata, soltanto che fino a ieri nessuno se n’era mai accorto.
Più in generale bisogna tener presente che la scuola viene da anni di delegittimazione per i suoi insegnanti “tutti di sinistra e molti anche impreparati”; perché la scuola, in fin dei conti, non è più l’ascensore sociale di una volta, anzi oggi “con la cultura non ti ci fai nemmeno un panino”. Così ai ragazzi è stata tolta quell’idea sana, universale e centrale dell’istruzione e la speranza di un futuro migliore e quel disagio molti ragazzi lo portano a scuola. Ora ne stiamo pagando le conseguenze. Per “risanarla” non c’è bisogno di un decreto o di un film, né di dirigenti e docenti eroi, c’è bisogno di uno stato che riporti al primo posto della sua agenda la centralità dell’istruzione come fattore di crescita, perché un paese può fare a meno del suo re ma non dei suoi insegnanti.
Occorre che la politica ricostruisca quell’alleanza pedagogica tra scuola, famiglia e territorio che la stessa politica ha sgretolato negli ultimi anni, e questo può avvenire solo riconoscendo nella scuola la sua indiscutibile funzione primaria nello sviluppo socio-economico del paese.
Angelo Pepe
Leggi anche:
Segui i canali social di InformazioneScuola
InformazioneScuola, grazie alla sua serie e puntuale informazione è stata selezionata dal servizio di Google News, per rimanere sempre aggiornato sulle nostre ultime notizie seguici tramite GNEWS andando su questa pagina e cliccando il tasto segui.
Iscriviti al gruppo WhatsApp
Iscriviti al gruppo Telegram: Contatta @informazionescuola
Iscriviti alla nostra pagina Facebook


