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Pensione sociale: quando lo Stato paga chi non ha mai versato un euro di contributo

Quando chi ha sempre versato i contributi scopre di non essere lontano da chi non ne ha versati

Cinquecentocinquanta euro al mese. Non è una cifra che fa gridare al miracolo, ma per chi non ha mai lavorato in modo formale — o ha lavorato in nero per tutta la vita — rappresenta comunque qualcosa che arriva ogni mese, puntuale, dall’INPS. Si chiama pensione sociale, oggi tecnicamente “assegno sociale”, e il meccanismo è semplice quanto controverso: non servono contributi. Zero. Basta avere almeno 67 anni, risiedere legalmente in Italia da almeno dieci anni, e non superare certi limiti di reddito.

La logica assistenziale, in sé, è comprensibile. Una società civile non può lasciare i propri anziani senza nulla. Nessuno lo mette in discussione seriamente. Il problema sorge quando si confronta questa misura con chi, per trent’anni, ha versato contributi ogni mese — lavoratori dipendenti, artigiani, insegnanti — e si ritrova con una pensione che, dopo una vita di sacrifici, supera di poco quel minimo garantito a chi non ha contribuito nulla. È lì che la questione diventa politicamente esplosiva, anche se nessuno ha voglia di dirlo ad alta voce.

Il sistema pensionistico italiano è pieno di queste contraddizioni silenziose. Si parla molto di equità generazionale, di sostenibilità, di riforme necessarie. Si parla meno del fatto che chi ha evaso per decenni, chi ha lavorato sommerso o ha semplicemente vissuto di rendita familiare, può comunque contare su una rete di sicurezza finanziata da chi ha rispettato le regole.

Va detto che l’assegno sociale non è automatico: viene revocato se il reddito supera la soglia, se si torna a lavorare, se si emigra. I controlli esistono, almeno sulla carta. Ma resta la sensazione — difficile da scrollarsi di dosso — che il sistema premi la furbizia almeno quanto premia la diligenza.

Per chi lavora nel mondo della scuola, questa questione ha un sapore particolare. Docenti precari che aspettano decenni per una stabilizzazione, personale ATA con carriere frammentate, supplenti che accumulano pochi contributi in anni di lavoro discontinuo: sono categorie che rischiano di arrivare vicino alla pensione con importi non troppo lontani da quell’assegno sociale. La differenza, però, è che loro hanno contribuito. E questo, nel lungo silenzio della politica, sembra non pesare abbastanza.

In conclusione: SI alla pensione sociale, ma SI anche a stabilizzazione dei precari, e ad assegni delle pensioni per chi ha versato i contributi più sostanziosi!

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