Alla Redazione,
c’è un dato che, a volerlo guardare senza troppe sovrastrutture, emerge con una certa nitidezza: anche la scuola, in fondo, ha già votato. E ha votato no.
Non è un voto espresso nelle urne, sia chiaro. È qualcosa di più sottile ma, forse proprio per questo, più significativo. Si legge nelle aule svuotate di senso, nei collegi docenti sempre più stanchi, nelle segreterie scolastiche che arrancano tra carichi di lavoro diventati ormai strutturalmente insostenibili. È un rifiuto che non fa rumore, ma si accumula.
I tagli – chiamiamoli col loro nome, senza girarci troppo intorno – continuano a essere presentati come razionalizzazioni. È una parola elegante, quasi rassicurante. Ma nella pratica quotidiana si traducono in meno ore, meno risorse, meno possibilità di intervento. E questo vale tanto per la scuola quanto per la sanità. Due ambiti che, non a caso, si somigliano sempre di più: entrambi fondamentali, entrambi progressivamente ridotti a voci di bilancio da comprimere.
Nella scuola lo vediamo bene. L’inclusione, per esempio, è diventata una parola che rischia di restare sulla carta. Si riducono gli organici, si comprimono gli interventi di sostegno, si dà sempre più peso a parametri amministrativi e sempre meno alla realtà concreta delle classi. E nel frattempo si continua a parlare di riforme. Riforme che, però, sembrano nascere già con il fiato corto, perché costruite dentro una logica di risparmio, non di investimento.
È qui che qualcosa si inceppa.
Perché la scuola può anche adattarsi – lo ha sempre fatto, del resto – ma non può fingere all’infinito che tutto questo sia neutro. Non lo è. Ogni scelta che riduce risorse incide sulla qualità dell’offerta formativa, sulla possibilità reale di garantire diritti, sulla credibilità stessa dell’istituzione.
E lo stesso discorso, con dinamiche diverse ma esiti analoghi, vale per la sanità. Anche lì si procede per sottrazione, salvo poi stupirsi quando il sistema mostra crepe evidenti. Come se fosse possibile mantenere standard elevati riducendo continuamente ciò che li rende possibili.
C’è una sorta di cortocircuito, e la scuola lo percepisce chiaramente. Lo percepiscono i dirigenti, stretti tra responsabilità crescenti e strumenti insufficienti. Lo percepiscono i docenti, sempre più chiamati a supplire a carenze strutturali. Lo percepiscono, soprattutto, le famiglie.
E allora sì, forse si può dire così: la scuola ha già votato. E quel voto, silenzioso ma diffuso, è un segnale che difficilmente potrà essere ignorato ancora a lungo.
Continuare a parlare di riforme senza affrontare il nodo delle risorse rischia di trasformare ogni intervento in un’operazione di facciata. E la scuola – che pure è abituata a resistere – comincia a mostrare una stanchezza che non è solo fisiologica. È qualcosa di più profondo.
Forse sarebbe il caso di fermarsi un momento. Non per rallentare, ma per cambiare direzione.
Cordialmente
Filippo M.
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