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Riforma degli istituti tecnici: il DM 29/2026 nasconde tagli pesanti tra nuovi quadri orari e cattedre a rischio

Il decreto ministeriale firmato il 19 febbraio 2026 ridisegna l’ordinamento degli istituti tecnici italiani.

Ma dietro la retorica dell’innovazione e dell’allineamento al mercato del lavoro, emergono riduzioni significative di ore in materie chiave, caos organizzativo nelle scuole e il rischio concreto di soprannumerari tra i docenti.

Il 9 marzo 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato il Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, registrato dalla Corte dei Conti il 6 marzo. Il provvedimento ridefinisce indirizzi di studio, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei percorsi di istruzione tecnica, con l’obiettivo dichiarato di aggiornare i curricoli in relazione alla domanda di competenze proveniente dal sistema produttivo nazionale. Le disposizioni entreranno in vigore a partire dalle classi prime dell’anno scolastico 2026-2027.
Il decreto attua quanto previsto dagli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022 e si inscrive formalmente nel quadro delle riforme del PNRR. La revisione punta ad aggiornare i curricoli degli istituti tecnici in relazione alla trasformazione tecnologica dei processi produttivi e alle competenze richieste dal mercato del lavoro.

Cosa prevede il decreto

La riforma interesserà le classi prime a partire dall’anno scolastico 2026-2027, aggiornando indirizzi di studio, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento. La didattica sarà orientata alle competenze, con maggiore integrazione tra discipline e progettazione di unità di apprendimento interdisciplinari. Particolare attenzione è riservata a materie STEM, transizione ecologica, educazione civica, orientamento e collaborazione con imprese, università e centri di ricerca. Tra gli strumenti innovativi figurano i “Patti educativi 4.0”, accordi tra scuole, ITS Academy, università ed enti di formazione per attività laboratoriali e progetti legati al mondo del lavoro.
L’offerta formativa si realizza attraverso indirizzi di studio correlati al settore economico e al settore tecnologico-ambientale. Particolarmente significativa è la quota a disposizione della scuola per il quinto anno di corso, pari a 231 ore annuali.
I tagli nascosti nei quadri orari
Dietro l’impianto riformatore, la lettura dei nuovi quadri orari rivela riduzioni concrete e preoccupanti.
Tra le discipline penalizzate rientrano l’insegnamento della Geografia nel settore economico e delle Scienze integrate nel settore tecnologico-ambientale. Con la nuova disciplina denominata “Scienze sperimentali” — che comprende gli insegnamenti di Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica — questi insegnamenti nel settore tecnologico-ambientale passano complessivamente da 528 ore a 297 ore, con una perdita di 231 ore.
Ancor più grave è il contesto in cui avvengono questi tagli: l’accorpamento non definisce quale disciplina tra Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica dovrà essere favorita, ridotta o tagliata, e la scelta è affidata ai singoli istituti, che non hanno avuto la possibilità di riunire i Collegi dei Docenti e di deliberare con un orizzonte chiaro, visto che manca la corrispondenza tra ambiti disciplinari, discipline e classi di concorso. In questo modo si realizza lo smantellamento dell’unitarietà del curricolo dell’istruzione tecnica, determinando un vero e proprio caos, con l’aggravante della “guerra tra perdenti posto”.
La geografia, una disciplina ai margini
Particolarmente colpita è la classe di concorso A21 – Geografia. La classe di concorso A21 è una delle più fragili dell’intero sistema scolastico: non è presente nei licei e trova spazio esclusivamente negli istituti tecnici e professionali con pochissime ore. Questo significa che ogni riduzione ha effetti immediati sulla stabilità delle cattedre e sul numero di classi necessario a costituire le 18 ore settimanali. Con il nuovo ordinamento, il rischio di soprannumerari e perdita della titolarità diventa molto concreto.
Il paradosso, denunciato dall’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), è che la riforma dichiara obiettivi ambiziosi legati alla comprensione dei mercati globali, delle reti logistiche e delle dinamiche geopolitiche, ambiti che richiederebbero proprio una solida formazione geografica.
Il caos organizzativo nelle scuole
Oltre al merito dei tagli, il decreto ha generato gravi difficoltà operative. Il provvedimento marca un forte ritardo rispetto agli adempimenti necessari alla predisposizione degli organici di scuola e alle conseguenti operazioni relative ai perdenti posto e alla mobilità dei docenti. Gli istituti tecnici, nella fase di inserimento dei dati al sistema informatico SIDI, hanno riscontrato notevoli difficoltà che hanno costretto la maggior parte degli Uffici Scolastici Regionali a predisporre deroghe e rinvii.
Il Ministero stesso, con una nota operativa, ha chiesto alle scuole di attendere ancora qualche giorno per la definizione degli organici, in attesa di indicazioni sulla corrispondenza tra le discipline e le classi di concorso, in modo da poter provvedere alle determinazioni concernenti le classi di concorso atipiche, fatta salva la necessità che non si vengano a determinare posizioni di sovrannumero.

La risposta dei sindacati

La FLC CGIL è stata netta nella sua valutazione. Per il sindacato, rimane la forte contrarietà a una riforma che riduce il tempo scuola, mortifica il valore delle discipline, produce tagli alle cattedre e diminuisce la qualità dell’offerta formativa degli istituti tecnici, che a lungo hanno rappresentato un punto fermo del sistema di istruzione italiano.
Tra le preoccupazioni segnalate vi è anche l’aumento delle materie professionalizzanti, che determina la necessità di incrementare l’utilizzo dei laboratori, di cui le scuole non dispongono perché già impegnati mediamente per 32 ore settimanali.
Un’occasione mancata?
Il DM 29/2026 arriva in un momento delicato per il sistema scolastico italiano, già sotto pressione per il dimensionamento della rete scolastica e la riduzione delle autonomie in diverse regioni. La riforma degli istituti tecnici poteva essere l’occasione per un rafforzamento reale dell’istruzione tecnica italiana. I dati sui quadri orari, tuttavia, raccontano una storia diversa: tagli che ricadono sulle scienze, sulla geografia, sui laboratori e — in ultima analisi — sui docenti e sugli studenti.

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