La Riforma degli Istituti Tecnici, che entrerà a pieno regime dall’anno scolastico 2026/2027, rappresenta uno degli interventi più strutturali del PNRR nel sistema d’istruzione italiano. Se l’obiettivo dichiarato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito è quello di allineare la formazione dei giovani alle esigenze delle filiere produttive e dell’innovazione tecnologica, il mondo accademico e gli organi consultivi sollevano criticità non trascurabili.
Il CSPI (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione), nel suo parere tecnico, ha acceso i riflettori su due punti caldi: la rimodulazione del monte ore di Italiano nell’ultimo anno e l’accorpamento delle discipline scientifiche sotto la nuova etichetta di “Scienze Sperimentali”.
Meno Italiano al quinto anno: il nodo della cultura generale
Uno degli aspetti più controversi della riforma riguarda la revisione dei quadri orari per il quinto anno degli istituti tecnici. Il nuovo assetto ordinamentale prevede un potenziamento dell’area di indirizzo a scapito dell’area di istruzione generale.
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Il Taglio: Si ipotizza una riduzione delle ore dedicate alla Lingua e Letteratura Italiana. L’obiettivo ministeriale è liberare spazi di flessibilità (fino al 30% del monte ore) per laboratori specialistici e PCTO potenziati.
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La Preoccupazione del CSPI: Il Consiglio avverte che sacrificare le discipline umanistiche nell’anno della Maturità rischia di indebolire le competenze logico-argomentative degli studenti, fondamentali non solo per l’esame di Stato, ma per l’esercizio di una cittadinanza critica.
“Scienze Sperimentali”: la disciplina unitaria
La riforma introduce una novità semantica e metodologica nel biennio iniziale e in parte del triennio: l’accorpamento delle singole materie scientifiche (Fisica, Chimica, Biologia) sotto la denominazione di “Scienze Sperimentali”.
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La Ratio: Promuovere una didattica laboratoriale integrata, dove la scienza non è divisa in compartimenti stagni ma affrontata attraverso l’osservazione di fenomeni complessi.
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Le Criticità: Il timore degli esperti riguarda la perdita di specificità epistemologica di ogni materia. Chi insegnerà “Scienze Sperimentali”? Il rischio di sovrapposizioni tra diverse classi di concorso e di una semplificazione eccessiva dei contenuti teorici è al centro del dibattito sindacale.
I cardini della riforma 2026 in sintesi
La riforma non tocca solo le ore di lezione, ma ridisegna l’intera architettura del percorso tecnico attraverso tre pilastri:
| Pilastro | Descrizione | Obiettivo |
| Modello 4+2 | Diploma in 4 anni + 2 anni di specializzazione ITS | Accorciare l’ingresso nel mondo del lavoro |
| Patti Educativi 4.0 | Accordi strutturali tra Scuole e Imprese | Condivisione di laboratori e docenti esperti |
| Potenziamento STEM | Focus su Matematica, Coding e IA | Colmare il gap di competenze digitali |
La flessibilità del 30%: opportunità o rischio?
Per il quinto anno, la riforma concede agli istituti una quota di flessibilità del 30%. Questo significa che le scuole potranno “personalizzare” quasi un terzo del programma scolastico per adattarlo alle esigenze dei distretti produttivi locali.
Il monito del CSPI: Se da un lato questa autonomia premia la territorialità, dall’altro potrebbe creare una frammentazione eccessiva del sistema nazionale, portando a diplomi con valori formativi troppo distanti tra una regione e l’altra.
Un futuro più tecnico, ma meno umanistico?
La riforma degli istituti tecnici 2026 è ormai tracciata, ma il dibattito resta aperto. Se la spinta verso l’innovazione e l’occupabilità è necessaria, la sfida sarà mantenere quell’equilibrio tra “sapere” e “saper fare” che ha storicamente reso l’istruzione tecnica italiana un’eccellenza. Il rischio è di trasformare le scuole in centri di addestramento, perdendo la funzione educativa della letteratura e delle scienze pure.
Ritieni che la riduzione delle ore di Italiano sia un sacrificio accettabile per dare più spazio alla specializzazione tecnica o credi che la cultura generale debba restare intoccabile?
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