Il 2026 segna l’avvio di una transizione culturale profonda per la scuola italiana. La proposta di legge che mira a trasformare il “docente di sostegno” in “docente per l’inclusione” non è un semplice maquillage terminologico. Dietro il cambio di etichetta si nasconde l’obiettivo di scardinare l’idea del sostegno come “delega” a un unico specialista, promuovendo una responsabilità condivisa da tutto il consiglio di classe.
Ecco l’analisi dettagliata di cosa cambia realmente nel 2026 tra denominazione, funzioni e prospettive didattiche.
1. Dal sostegno all’inclusione: perché cambia il nome?
La dicitura “docente di sostegno” è stata spesso percepita come limitante, suggerendo l’idea di una risorsa dedicata esclusivamente all’alunno con disabilità. Il nuovo termine “Docente per l’Inclusione” intende sottolineare una funzione sistemica:
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Superamento della delega: L’inclusione non è un compito dello specialista, ma un obiettivo di tutto l’istituto.
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Supporto al contesto: Il docente non “sostiene” solo l’alunno, ma interviene sul contesto (metodologie, materiali, clima di classe) per abbattere le barriere all’apprendimento.
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Valorizzazione della co-docenza: Riaffermare il ruolo di docente della classe a tutti gli effetti, eliminando la percezione di figura “ombra”.
2. Cosa cambia nella sostanza? Le nuove funzioni nel 2026
Al di là del nome, la riforma e le recenti linee guida ministeriali spingono verso una ridefinizione operativa del ruolo. Il docente per l’inclusione nel 2026 agisce su tre livelli:
| Ambito | Vecchio Approccio (Sostegno) | Nuovo Approccio (Inclusione) |
| Relazione con la classe | Intervento focalizzato sul singolo alunno | Regia educativa per strategie inclusive per tutti |
| Progettazione | Redazione del PEI spesso isolata | Progettazione collegiale e Universal Design for Learning (UDL) |
| Formazione | Specialista unico della disabilità | Facilitatore e consulente per i colleghi curricolari |
La clausola di invarianza finanziaria
È bene precisare che, secondo il testo della proposta di legge AC 2303, il cambiamento non comporta costi aggiuntivi per lo Stato. Questo significa che, almeno nell’immediato, non sono previsti aumenti stipendiali legati alla nuova qualifica, ma una riorganizzazione dei compiti e della dignità professionale.
3. Il ruolo delle famiglie e la continuità didattica
Un pilastro fondamentale che accompagna questo cambiamento nel 2026 è il Decreto Scuola 127/2025, che rafforza il diritto alla continuità educativa.
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Riconferma del docente: Le famiglie possono richiedere la conferma del docente per l’inclusione (se supplente) per l’anno successivo, garantendo stabilità al progetto di vita dello studente.
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Protagonismo dei genitori: Il nuovo assetto normativo prevede un coinvolgimento più attivo nella valutazione dell’efficacia degli interventi inclusivi.
4. Le criticità: il rischio del “Cambio sulla Carta”
Non mancano le voci critiche, specialmente da parte di associazioni come l’Anief e esperti di settore, che avvertono: cambiare il nome non basta se non cambiano le pratiche.
Le sfide aperte per il 2026 rimangono:
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Carenza di specializzati: Nonostante il nuovo nome, restano migliaia di posti coperti da docenti senza titolo.
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Formazione dei curricolari: L’inclusione reale richiede che anche i docenti di materia siano formati sulle strategie BES e DSA.
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Carico burocratico: Il PEI su base ICF richiede tempi di progettazione che spesso sottraggono ore alla didattica attiva.
Conclusioni: verso una scuola per tutti
Il passaggio a “Docente per l’Inclusione” è un segnale di maturità del sistema scolastico. Se supportato da una reale formazione interdisciplinare e da una riduzione del precariato, questo cambiamento potrebbe finalmente trasformare l’inclusione da “adempimento” a “identità” della scuola italiana.
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