Il provveditorato di Palermo ha gettato una pietra nello stagno, ma le onde che si stanno alzando rischiano di travolgere tutti. La nota del 6 marzo, che annuncia l’avvio della “sperimentazione” a partire dal 30 settembre 2025, sembra il preludio a una vera e propria demolizione del sistema di sostegno nelle scuole pubbliche. E non è un’esagerazione. Se si leggono bene i passaggi burocratici e i riferimenti normativi, il messaggio è chiaro: tagli, tagli e ancora tagli. In nome di una razionalizzazione dei costi che, come al solito, si abbatte sui più fragili.
La centralità data ai verbali INPS per la definizione delle ore di sostegno è un segnale inequivocabile. Chi conosce il meccanismo sa bene quanto questi documenti siano spesso limitanti, incapaci di cogliere la complessità delle situazioni individuali. È come se si volesse ridurre l’inclusione scolastica a un calcolo matematico freddo e impersonale, ignorando la realtà viva e pulsante delle classi, delle famiglie, dei bisogni specifici di ogni singolo alunno.
E poi c’è il silenzio. Un silenzio assordante che accompagna questa manovra. Nessuna comunicazione preventiva alle scuole, nessun coinvolgimento delle famiglie, nessuna discussione pubblica. Si procede in sordina, come se fosse un dettaglio tecnico e non una decisione politica che rischia di smantellare anni di progressi faticosamente conquistati nel campo dell’inclusione scolastica.
Ma non è solo una questione di numeri o di procedure. È una questione di visione. Che tipo di scuola vogliamo? Una scuola che accoglie e sostiene tutti, o una scuola che seleziona e lascia indietro chi ha più bisogno? Questo è il nodo centrale. E la direzione intrapresa dal provveditorato di Palermo sembra rispondere senza esitazione: l’inclusione è un costo da tagliare, non un valore da difendere.
Il presidio del 1° aprile all’Ufficio Territoriale di Palermo non è solo una protesta. È un grido d’allarme, un appello a fermarsi prima che sia troppo tardi. Perché se questa “sperimentazione” dovesse diventare la norma nazionale nel 2027, le conseguenze sarebbero devastanti. Non solo per gli studenti con disabilità e le loro famiglie, ma per l’intero sistema educativo, che perderebbe uno dei suoi pilastri fondamentali: il diritto all’istruzione per tutti.
Non possiamo permetterci di tornare indietro di cinquant’anni. Non possiamo accettare che l’inclusione diventi un lusso riservato a pochi. La scuola pubblica deve essere un luogo di crescita e opportunità per tutti, non un campo minato dove i più deboli rischiano di essere esclusi. E se per difendere questo principio dobbiamo scendere in piazza, allora facciamolo. Perché il futuro dei nostri ragazzi vale ogni sforzo.
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