Gentile Redazione,
scrivo con un certo disagio, perché il tema è delicato e rischia sempre di essere frainteso. Ma forse proprio per questo merita di essere affrontato senza giri di parole.
Chi vive la scuola da dentro — e non solo da genitore — percepisce con sempre maggiore frequenza una tensione che non nasce tra i banchi, ma arriva da fuori e finisce per scaricarsi lì, ogni giorno. Mi riferisco alla frustrazione, comprensibile ma spesso ingestibile, di molti genitori di figli con disabilità.
Frustrazione che ha radici profonde: attese disattese, servizi che non funzionano, burocrazia che umilia, diagnosi che pesano come sentenze. Tutto questo è reale, concreto, umano. Nessuno lo nega. Il problema nasce quando questa sofferenza, invece di trovare ascolto nelle sedi istituzionali competenti, viene riversata sulla scuola — e in particolare sui docenti di sostegno.
A loro si chiede troppo. Molto più di quanto sia giusto, e soprattutto molto più di quanto sia possibile. Si chiede di colmare lacune del sistema sanitario, di supplire alle carenze dei servizi sociali, di garantire progressi che non sempre dipendono dall’impegno didattico. In altre parole, si chiede loro di fare miracoli.
E quando questi miracoli non arrivano — perché non possono arrivare — la delusione si trasforma in accusa. Il docente di sostegno diventa il bersaglio più facile: è presente, è accessibile, è lì ogni giorno. Ma è anche, troppo spesso, lasciato solo.
Si perde così di vista un punto fondamentale: la scuola non è una clinica, e il docente non è un terapeuta. È un professionista dell’educazione, che lavora in condizioni spesso difficili, con strumenti limitati e con responsabilità enormi.
Forse dovremmo avere il coraggio di dirlo chiaramente: il problema non è la scuola che non fa abbastanza, ma un sistema che pretende dalla scuola ciò che non le compete.
Serve un cambio di prospettiva. Serve ricostruire un’alleanza vera tra famiglia e scuola, basata sulla fiducia e sulla consapevolezza dei rispettivi ruoli. Perché se è vero che la frustrazione dei genitori è legittima, è altrettanto vero che non può trasformarsi in pressione continua su chi, ogni giorno, prova semplicemente a fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile.
Continuare così non aiuta nessuno. Non aiuta i docenti, non aiuta le famiglie, e soprattutto non aiuta gli studenti.
Forse è da qui che bisognerebbe ripartire.
Cordialmente
Giovanna, docente di sostegno
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