Includere non è un atto burocratico, ma un impegno educativo. Eppure, il sistema scolastico italiano sembra scivolare verso una pericolosa deriva: la medicalizzazione del sostegno. Ridurre un alunno a un “comma” o a una riga di verbale INPS significa tradire il principio cardine dell’inclusione scolastica.
La normativa è chiara: il Gruppo di Lavoro Operativo (GLO) ha il compito di definire le ore di sostegno sulla base delle reali esigenze dell’alunno, non su criteri rigidi o vincoli sanitari. La Corte Costituzionale lo ha ribadito nel 2010, dichiarando illegittimi i tetti massimi alle ore di sostegno. Eppure, la prassi racconta altro: diagnosi mediche che diventano sentenze, tabelle compilate senza un Profilo di Funzionamento regolare, decisioni prese in automatico anziché discusse collegialmente.
L’inclusione non può essere un processo standardizzato. Ogni alunno è una persona, non una diagnosi. Il Piano Educativo Individualizzato (PEI) deve restituire dignità e centralità al progetto educativo, senza piegarsi a logiche sanitarie che rischiano di ridurre l’educazione a un mero atto amministrativo. Perché includere significa ascoltare, comprendere e costruire insieme. Non timbrare documenti.
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