C’è qualcosa di profondamente inquietante nel silenzio che accompagna i tagli alle ore di sostegno nelle scuole italiane. Nonostante le proteste delle famiglie e l’evidente disagio che si respira nelle aule, il dibattito pubblico sembra restare ai margini, come se si trattasse di un problema tecnico, una questione di numeri e bilanci. Ma non lo è. È una ferita aperta nel cuore stesso del nostro sistema educativo.
La riduzione delle ore di sostegno non è un dettaglio. Per molti studenti con disabilità, quelle ore rappresentano la differenza tra sentirsi inclusi o esclusi, tra partecipare o essere messi da parte. Sono il ponte che collega il diritto allo studio con la realtà quotidiana di chi affronta difficoltà che gli altri non possono nemmeno immaginare. Eppure, quel ponte si sta sgretolando, e a farne le spese sono i più vulnerabili.
Il problema sembra avere radici profonde. Da un lato, c’è la crescente centralità dei verbali INPS, che dovrebbero rappresentare l’oggettività della valutazione ma che, in molti casi, si traducono in un approccio freddo e meccanico. La scuola, che dovrebbe essere il luogo dell’empatia e della comprensione, si ritrova invece imbrigliata in una logica amministrativa che non tiene conto della complessità delle situazioni individuali. Dall’altro lato, ci sono le difficoltà economiche e organizzative di un sistema scolastico che da anni arranca sotto il peso dei tagli e della mancanza di investimenti strutturali.
E poi ci sono le famiglie. Famiglie che si sentono abbandonate, costrette a fare i conti con decisioni spesso incomprensibili e con un muro di burocrazia che rende ogni richiesta un percorso a ostacoli. Famiglie che vedono i propri figli tornare a casa frustrati, esclusi, talvolta persino umiliati. Non stiamo parlando solo di numeri, ma di persone. Di bambini e ragazzi che hanno bisogno di un supporto reale per poter crescere, imparare e costruirsi un futuro.
Le proteste dei genitori non sono un capriccio. Sono un grido d’allarme. Eppure, sembra che questo grido non venga ascoltato. Si parla tanto di inclusione nelle linee guida ministeriali, nei convegni, nei proclami ufficiali. Ma l’inclusione non è una parola vuota: è un impegno concreto, che richiede risorse, attenzione e sensibilità.
Il rischio più grande è quello di scivolare in una deriva culturale che normalizzi l’idea che alcune persone valgano meno di altre, che i diritti possano essere negoziati o ridotti per ragioni economiche. È una china pericolosa, perché mina le fondamenta stesse di una società democratica.
Non possiamo permetterci di ignorare questa battaglia. Non possiamo accettare che il sostegno agli studenti con disabilità diventi l’ennesimo capitolo di una lunga storia di tagli e sacrifici. È una questione che ci riguarda tutti, perché parla del tipo di società in cui vogliamo vivere. Una società che esclude o una società che accoglie? Una scuola che costruisce ponti o una scuola che alza muri?
La risposta non è scontata. Ma è urgente. E riguarda tutti noi.
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