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36 mesi – Il grido di disperazione delle maestre

Non lavoreranno, resteranno fuori! E’ la tutela del governo dopo le sentenze che hanno imposto l’assunzione in ruolo a quei lavoratori che per 36 mesi consecutivi accupavano un posto vacante. Se quella sentenza da un lato ha permesso di sistemare diversi precari dall’altro ne sta “penalizzando” altri, quelli che hanno raggiunto la fatidica soglia dei 36 mesi. Per questo motivo in questi giorni stanno protestando. Ne scvrive Repubblica nell’articolo che segue.

Per anni hanno lavorato come supplenti annuali o giornaliere, assicurando l’apertura dei nidi e delle scuole d’infanzia comunali. Ma ora rischiano di rimanere tagliate fuori, senza più nemmeno un lavoro precario. Sono circa 10 mila in tutta Italia le educatrici e le insegnanti di nidi e materne comunali che hanno superato i 36 mesi di servizio e che per questo rischiano di restare disoccupate.
Cinquemila solo a Roma, dove in questi giorni hanno dato vita a una mobilitazione permanente, con proteste e presidi anche notturni in tenda fuori dal Campidoglio. Una sentenza della Corte di giustizia europea del novembre 2014 aveva sancito, infatti, che anche il personale scolastico, dopo 36 mesi di contratti, andasse stabilizzato e che non si potessero reiterare oltre i contratti a tempo determinato. Ma se per gli insegnanti statali, con il Jobs act e la Buona Scuola, si è fatta una deroga, quelli comunali ne sono rimasti fuori. In un vuoto normativo — interpretato a volte in maniera diversa dai vari comuni — che rischia di diventare un limbo. Assumere subito tutti i precari a tempo indeterminato, con il Patto di stabilità e il blocco del turnover, per gli enti locali è spesso impossibile. Così, «contro quello che era lo spirito della sentenza» notano i sindacati, i precari storici in alcune città sono rimasti — almeno per ora — senza lavoro. E gli asili senza maestre. Se a Napoli, spiega Federico Bozzanca (Cgil), «il problema riguarda un centinaio di insegnanti», a L’Aquila il 7 settembre potrà riaprire solo uno dei tre nidi comunali, mentre (se non si troverà una soluzione prima) non si esclude di “esternalizzare” temporaneamente il servizio negli altri due, affidandoli a cooperative. Mentre a Roma — dopo la pubblicazione dieci giorni fa di un bando per riempire i posti vacanti che escludeva le educatrici in servizio da più di 36 mesi, seguita dalla sospensione dell’iter per affidare le supplenze — ieri il servizio negli asili è ripartito solo con gli insegnanti di ruolo, a orario ridotto. Con turno unico fino alle 14.30 e l’inserimento dei più piccoli posticipato in alcune strutture fino a 15 giorni, fra le proteste dei genitori che ora minacciano di non pagare parte della retta se i disagi dovessero protrarsi. Nel pomeriggio, invece, migliaia di maestre si sono riunite in Campidoglio per un’assemblea indetta dalle Rsu, con il coordinatore Giancarlo Cosentino che non ha escluso un possibile sciopero perché «questa vicenda sta diventando un vero e proprio allarme sociale». Per il vicesindaco di Roma, Marco Causi, e l’assessore alla Scuola, Marco Rossi Doria, «bisogna risolvere l’ingiustificabile disparità normativa fra Stato e comuni. Siamo a fianco delle insegnanti e per questo stiamo lavorando con l’Anci». «Abbiamo chiesto al governo una deroga simile a quella valida per gli insegnanti statali — spiega il vicepresidente dell’Anci, Umberto Di Primio — Servirebbe una norma o un atto della presidenza del Consiglio, confortato però dal parere positivo di tutti i ministeri interessati, da quello del Lavoro a quello della Funzione pubblica. Si sono impegnati a darci una risposta entro fine settimana».
Gli enti locali non hanno le risorse per assumerle: solo a Roma, dove sono 5.000, si è partiti a orario ridotto.

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