Negli ultimi anni, l’accessibilità digitale è stata spesso celebrata come una conquista di civiltà. Tuttavia, dietro molte dichiarazioni di intenti si nascondono sistemi che, anziché includere, finiscono per stigmatizzare. Il recente parere del Garante per la protezione dei dati personali sulle linee guida AgID ha messo in luce una questione cruciale: l’accessibilità non può prescindere dalla tutela della privacy.
Quando strumenti assistivi o configurazioni particolari rivelano implicitamente la condizione di disabilità di un utente, non siamo davanti a un progresso, ma a una discriminazione mascherata. Un servizio digitale che richiede di essere “etichettati” per accedere non è inclusivo, è esclusivo.
La progettazione deve cambiare paradigma: privacy e accessibilità devono essere integrate fin dal primo passo, non aggiunte come correttivi tardivi. Non si tratta solo di conformità normativa, ma di rispetto per la dignità umana.
Un digitale che osserva e traccia mentre si proclama inclusivo tradisce i suoi stessi principi. L’inclusione vera non ha bisogno di etichette, ma di soluzioni che rispettino la persona, in ogni sua dimensione.
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