NAPOLI – È un dibattito che si sta facendo sempre più acceso, quello sull’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane. Ma secondo Vittoria Marmorini, psicoeducatrice e cofondatrice del Centro Noesis di Napoli, c’è un rischio concreto che merita di essere sottolineato: confondere l’educazione sessuale con quella emotiva. Una sovrapposizione, spiega l’esperta, che potrebbe pregiudicare l’adozione di un approccio educativo fondamentale per il benessere psicologico e sociale delle nuove generazioni.
«Stiamo sbagliando prospettiva», afferma Marmorini. «L’educazione emotiva non ha nulla a che vedere con le controversie ideologiche che spesso accompagnano il discorso sull’educazione sessuale. È un ambito più ampio, che si occupa di fornire ai ragazzi strumenti per comprendere e gestire le proprie emozioni, costruire relazioni sane e affrontare le sfide della vita quotidiana. Confondere i due ambiti significa rischiare di far naufragare un lavoro che, invece, ha solide basi scientifiche».
Le parole della specialista trovano riscontro nei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui tra il 10% e il 20% dei giovani soffre di disturbi mentali, molti dei quali insorgono già prima dei 14 anni. La prevenzione, sottolinea Marmorini, passa proprio dalla scuola: «È lì che i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo, ed è lì che possiamo insegnare loro le cosiddette “life skills” – abilità fondamentali per vivere meglio con sé stessi e con gli altri».
Ma cosa significa, concretamente, fare educazione emotiva? Non si tratta di teorie astratte, bensì di programmi strutturati come il Social and Emotional Learning (SEL), che hanno dimostrato di migliorare non solo le competenze relazionali ed emotive degli studenti, ma anche il loro rendimento scolastico. «Uno studio su oltre 270.000 studenti ha evidenziato un incremento significativo delle loro performance accademiche», ricorda Marmorini. «Questi dati dimostrano che investire sull’educazione emotiva non solo non toglie tempo allo studio, ma lo potenzia».
Il problema, però, resta culturale: «La paura di affrontare certi temi in modo aperto e informato rischia di bloccare ogni progresso», avverte la psicoeducatrice. «Invece di lasciarci guidare dai pregiudizi o dalle ideologie, dovremmo affidarci alle evidenze scientifiche e costruire percorsi educativi basati su dati concreti e strategie validate».
In Italia esistono già iniziative virtuose in questo senso. Il Centro Noesis, ad esempio, ha avviato il progetto “Health Point”, con l’obiettivo di diffondere le buone pratiche del benessere psichico attraverso le “Scuole Territoriali della Salute Emotiva e Comportamentale”. «Quando offriamo ai ragazzi e alle famiglie gli strumenti per comprendere le emozioni, i pregiudizi si dissolvono», conclude Marmorini. «L’educazione emotiva non è un lusso né una moda: è una necessità. Dobbiamo smettere di considerarla un argomento accessorio e renderla parte integrante del percorso scolastico».
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