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IL SISTEMA INTEGRATO 0-6 DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Uno dei pezzi forti della legge 107 doveva essere l’istituzione del cosiddetto sistema integrato 0-6, che a sua volta assorbiva in forma di delega dentro una legge molto contestata un disegno di legge, il 1260 finalizzato, almeno nella intenzione dei presentatori, a rispondere ad una domanda sociale diffusa, in particolare su due punti:

  1.  il raggiungimento di un congruo numero di servizi educativi tali da portare al 33% dei bambini da 0 a 3 anni la quantità di bambini inseriti negli stessi (obiettivo da raggiungere entro il 2020, secondo le raccomandazioni europee);
  2.   la generalizzazione qualitativa della scuola dell’infanzia per i bambini dai 3 ai 6 anni (dove quantitativamente per fortuna l’obiettivo europeo del 95% è stato già da tempo raggiunto!) garantendone la qualità organizzativo-didattica e la fine delle liste di attesa nelle scuole pubbliche.

Ciò era particolarmente difficile ed oneroso in una situazione in cui da un lato avevamo:

  • un sistema di percorsi 3-6 consolidato in virtù di leggi e di norme che a partire dal 1968 (istituzione della scuola materna, oggi dell’infanzia, statale) attraverso progressivi aggiustamenti organizzativi, ordinamenti e indicazioni ne garantiscono la qualità, l’ampia pubblicità (circa 60% scuole statali, 10% comunali, 30% paritarie) e la diffusione a tappeto su tutto il territorio nazionale.
  • un non-sistema di servizi educativi a domanda per la fascia 0-3 malamente diffusi sul territorio nazionale con inserimenti che variano dal 25% di alcune regioni del Nord al 2% di alcune regioni del Sud, garantiti o dai comuni o dai privati senza comuni criteri di qualità.
  • una difficoltà sempre maggiore dei comuni ed in parte anche dei privati a garantire questi servizi educativi direttamente, per ragioni economiche, e il ricorso, soprattutto da parte dei comuni, ad esternalizzazioni o appalti a cooperative sociali.

L’operazione si configurava perciò obiettivamente come problematica in quanto inserita dentro un contesto che spontaneamente, per ragioni prevalentemente economiche, di per sé avrebbe piuttosto configurato un allontanamento piuttosto che una integrazione. Quindi ancor più nobile poteva sembrare l’obiettivo che affermava di voler abolire il principio di servizio educativo a domanda per la fascia 0-3, anche se la precarietà di quella parte del percorso intimoriva, e a ragione, gli operatori del “solido” 3-6, timorosi di essere con ciò sganciati dall’ormai consolidato ordinamento scolastico.

Risponde a tutte queste aspettative il decreto delegato in fieri?

Si può dire di no.

Infatti, anche se gli operatori statali del 3-6 ne possono uscire rassicurati sul mantenimento degli ordinamenti vigenti, lo stesso non si può dire dell’abolizione del servizio a domanda per lo 0-3: essa verrà attuata solo gradualmente. Così come gradualmente verranno dismessi gli anticipi che inseriscono i bambini di due anni in una scuola che non è la loro. E così come gradualmente i percorsi 3-6 verranno equiparati agli altri percorsi scolastici fornendo loro un organico potenziato (da quel che si capisce il ragione dell’assorbimento dello stesso nell’organico ordinario negli altri gradi di scuola, talché la quota globale di organico potenziato non cambi).

Va sottolineato, in particolare per il percorso 0-3 (e di conseguenza anche per gli anticipi), che le ragioni che stanno alla base del superamento del servizio a domanda risiedono nella individuazione di quel percorso come “diritto del bambino” cosa più volte richiamata sia nei documenti europei (Quality Framework) che nelle intenzioni dei proponenti del ddl 1260 e nelle illustrazioni della delega allegata alla legge 107. Ora, fermi restando i tempi di attuazione della cosa in termini tecnici, un diritto o c’è o non c’è , o lo si ha o non lo si ha, non esiste un diritto sancito gradualmente ad libitum delle amministrazioni (addirittura prevedendo di fatto che coesistano il principio del diritto e il principio del servizio a domanda anche laddove esistessero le medesime condizioni materiali dell’offerta).

La stessa qualità del servizio (su tutto l’arco 0-6) non è garantita dai “fabbisogni standard” che sostituiscono i tanto decantati (una volta) “livelli essenziali”. Restano labili dietro questa formulazione risorse umane e finanziarie. Lo stesso titolo di studio a livello universitario richiede una precisazione relativamente ai profili richiesti per non creare scompensi con l’attuale livello richiesto per la fascia 3-6.

L’esiguità delle risorse economiche stanziate e le modalità della loro destinazione, praticamente nelle mani dei comuni, lasciano aperta la possibilità concreta che persino le poche risorse stanziate vadano disperse senza garantire qualità e omogeneità della diffusione dei percorsi, soprattutto 0-3, a livello nazionale. L’intervento statale si limita da questo punto di vista ad una riedizione di una scarsa quantità di sezioni primavera ed alla promozione praticamente sperimentale di poli per l’infanzia (da uno a tre per regione, sic!) disattendendo le aspettative di un intervento pilotato, certo con attenzione prioritaria ai bisogni, ma con l’obiettivo di una copertura piuttosto uniforme del territorio nazionale. Non è stata questa la storia dell’espansione della scuola dell’infanzia (1969-1990) e neppure, in tempi più remoti, quella della scuola primaria (1911-1933).

Non c’è in altre parole la garanzia di un vero sistema integrato che inserisca il percorso 0-3 nell’asse dell’istruzione.

Le controproposte nascono dalle obiezioni stesse: in un paese come il nostro, che può vantare una delle migliori scuole dell’infanzia (3-6) del mondo, la storia di quest’ultima, la storia del suo sviluppo, dei modi in cui pur attraverso contraddizioni è cresciuta, dovrebbe rappresentare un viatico, certamente non privo di costi e di problemi, ma abbastanza chiaro e lineare da ripercorrere, ammaestrati certamente dalle difficoltà di allora, le quali andranno ben ricontestualizzate, ma che non possono essere certo superate con una regressione verso un sistema dei servizi ancora una volta casuale, magari ancora una volta tutto basato su esternalizzazioni e convenzioni al ribasso. Perché il rischio che il magro finanziamento disperso nei mille comuni italiani finisca così (se non peggio) è tutt’altro che remoto.

Pino Patroncini

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