L’attesa adesso è per le prossime mosse. Per capire se e come il cambio della segreteria del Pd porterà a un cambio di passo e di direzione anche nell’agenda del governo sul fronte della scuola. Perché se sulle affermazioni l’istruzione è «valore primario per il paese» e «deve esserci più spazio per il merito» il consenso è unanime, da destra a sinistra, è sulle declinazioni dell’assunto che si gioca la sfida del rinnovamento.

O della rottamazione, per utilizzare il mantra che è divenuto il marchio vincente di Matteo Renzi. Il neo segretario del Pd ieri ha comunicato la nuova segreteria: è Davide Faraone il responsabile welfare e scuola. Palermitano, capogruppo del Pd al consiglio comunale nel 2009, deputato regionale, si occupa di ambiente, Faraone oggi è deputato nazionale, componente della commissione lavoro pubblico. «Ora si cambia», ha detto Renzi in conferenza stampa. La mozione presentata per queste primarie indica come priorità il rafforzamento del prestigio sociale dei docenti, in caduta libera, il loro coinvolgimento nei processi di riforma, perché oggi «gli insegnanti sono stati sostanzialmente messi ai margini, anche dal nostro partito», che pure, dice Renzi, raccoglie consensi nella categoria (circa il 43% degli insegnanti vota democratico), «si tratta di un errore strategico, abbiamo fatto le riforme della scuola sulla testa di chi vive la scuola… il Pd che noi vogliamo costruire cambierà verso alla scuola italiana, partendo dagli insegnanti, togliendo alibi a chi si sente lasciato ai margini». Renzi ha annunciato, a partire dal prossimo gennaio, una grande campagna di ascolto che coinvolga «i docenti, gli assessori alla scuola del Pd, i ragazzi …chiameremo il governo, il ministro, a confrontarsi sulle nostre proposte». Dei sindacati neanche l’ombra. Assenza che non stupisce viste le dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale sul loro ruolo nei processi di riforma. Ieri l’invito: «Il sindacato deve cambiare con noi».

Ancora più indicativo il programma che era stato presentato per le primarie del 2012, quelle perse contro Pierluigi Bersani: valutazione degli istituti sul modello di quella britannica (che lega i finanziamenti al rendimento); incentivi ai dirigenti scolastici basati sulle performance delle strutture; revisione complessiva della selezione dei docenti «basata sulle competenze specifiche e sull’effettiva capacità di insegnare», valutazione dei prof e premi ai migliori, sulla scorta del progetto «Valorizza», già sperimentato nel corso del 2010-2011. Capitoli incandescenti, soprattutto in un assenza di nuove risorse, che delineano un sistema profondamente diverso dall’attuale.

E la reazione dei sindacati? «Bene la consultazione pubblica. Per cambiare la scuola», dice il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, «occorre un ampio consenso e un ampio dibattito da parte di tutti gli attori della scuola italiana». Le iniziative che mettono tra le priorità del paese l’istruzione e la formazione «sono le benvenute», afferma il segretario generale della Cisl scuola, Francesco Scrima, «bisogna passare poi dalle parole ai fatti, allora valuteremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna: «Se le azioni sono coerenti con le intenzioni, gli daremo una mano. Gli insegnanti però non si accontentano di essere ascoltati. Chiedono decisioni e soluzioni concrete che riconoscano il lavoro fatto ogni giorno con impegno e passione. Renzi lo ricordasse a Enrico Letta, che ha bloccato i contratti e ha tolto 300 milioni di euro per le retribuzioni». Piena condivisione per la fase di ascolto dal segretario dello Snals-Confsal, Marco Paolo Nigi: «Restituiamo autorevolezza alla scuola e dignità alla professione docente». La scuola, ha aggiunto il coordinatore di Gilda, Rino Di Meglio, «ha bisogno di tranquillità e non di riforme continue. Abbiamo già avuto troppi ministri che hanno voluto lasciare il segno».

Alessandra Ricciardi

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