Dal 4 giugno, il consenso informato è diventato obbligatorio nelle scuole italiane per alcune attività educative. La legge, al centro di un acceso dibattito pubblico, è stata presentata come un baluardo della libertà educativa delle famiglie e un freno alla cosiddetta “propaganda” su temi sensibili. Tuttavia, se si analizza il testo legislativo con attenzione, emerge un aspetto che pochi hanno sottolineato: il peso di questa normativa ricade quasi interamente sui docenti.
La nuova legge impone il consenso scritto dei genitori o degli studenti maggiorenni per due categorie di attività: quelle extracurricolari e gli ampliamenti dell’offerta formativa previsti dal Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) quando trattano argomenti legati alla sessualità. Nelle scuole materne e elementari queste attività sono escluse a priori, mentre nelle medie, nonostante un iniziale divieto inserito durante l’iter legislativo alla Camera, non vi sono limitazioni, ma il consenso rimane imprescindibile.
Inoltre, l’introduzione di esperti esterni nelle aule diventa un processo articolato e burocratico. Non basta più una semplice richiesta: serve la delibera del collegio docenti, l’approvazione del consiglio d’istituto e criteri di selezione definiti su base documentata, che includano titoli, esperienza e adeguatezza all’età degli studenti. Un iter che, già di per sé, rappresenta un notevole carico amministrativo per il personale scolastico.
Ma la vera svolta non riguarda ciò che si può o non si può insegnare. Le indicazioni nazionali restano intatte: educazione affettiva, scienze e educazione civica non sono soggette a consenso. La differenza sta tutta nella procedura. I docenti sono chiamati a informare le famiglie almeno sette giorni prima dell’attività prevista, fornendo materiali esplicativi e dettagli su finalità, contenuti e modalità. Devono inoltre garantire attività alternative per gli studenti i cui genitori abbiano negato il consenso.
E qui emerge la criticità più grande: la responsabilità organizzativa e gestionale. La legge impone che i docenti siano sempre presenti durante le attività con minori e richiede l’aggiornamento del patto educativo di corresponsabilità, il tutto senza stanziare risorse aggiuntive. Questo significa che ogni progetto potrebbe trasformarsi in una potenziale contestazione, con conseguenze dirette sui singoli insegnanti.
La normativa sembra quindi inviare un messaggio implicito: ciò che accade in aula deve essere autorizzato dall’esterno. Una prospettiva che rischia di minare l’autonomia professionale dei docenti e di complicare ulteriormente il loro lavoro quotidiano. Per evitare che questa situazione sfoci in caos organizzativo e responsabilità individuali mal definite, è indispensabile che i collegi docenti fissino criteri chiari e che gli istituti adottino protocolli specifici all’interno del PTOF. Solo così si può garantire una gestione collettiva e trasparente delle nuove procedure ed evitare sanzioni disciplinari per i docenti, perchè proprio la legge ne prevede diversi e tutti sostanziosi.
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