Il calendario scolastico non è più in sincrono con il clima. Settembre parte con 35°C, giugno finisce con ondate di calore, e in mezzo ci sono inverni più miti ma con picchi influenzali più lunghi. Il risultato è semplice: i mesi in cui i ragazzi stanno in classe coincidono sempre di più con temperature estreme e con virus che circolano meglio negli ambienti chiusi.
Non è più una questione di “comfort”. È una questione di diritto allo studio, di salute e di continuità didattica che non interessa a nessuno.
1. Il caldo in classe blocca l’apprendimento
Negli ultimi 5 anni le ondate di calore a maggio, settembre e ottobre si sono anticipate e allungate. In Sardegna e nel resto d’Italia non è raro trovare scuole che a settembre superano i 30°C già alle 9 del mattino.
Cosa succede con quelle temperature:
– Concentrazione in calo: sopra i 28°C calano attenzione, memoria e capacità di problem solving;
– Assenze che aumentano: malori, mal di testa, disidratazione;
– Disuguaglianze che si ampliano: non tutte le famiglie possono permettersi di tenere i figli a casa o di pagare lezioni private quando la scuola chiude per caldo
Ventilatori e finestre aperte non bastano più. Servono sistemi di climatizzazione efficienti, a pompa di calore, che riescano sia a raffrescare d’estate che a riscaldare d’inverno, con consumi sostenibili e costi gestibili per i Comuni.
2. Il secondo problema: l’aria che respiriamo
Il caldo ci ha fatto capire che le aule sono ambienti piccoli, affollati, con poca aerazione. Lo abbiamo imparato con il Covid, malgrado l’Azzolina lo negasse, ma vale anche per l’influenza stagionale, per i virus gastrointestinali, per le assenze che ogni inverno mettono in ginocchio le classi.
Un’aula di 25 studenti in 50mq senza ricambio d’aria diventa in poche ore un contenitore di CO2 e patogeni. Tenere le finestre chiuse per il caldo o per il freddo peggiora tutto.
Per questo accanto ai climatizzatori servono:
sistemi di purificazione e ventilazione meccanica controllata:
– Purificatori HEPA + carboni attivi per filtrare particelle e virus;
– Sensori di CO2* per capire quando l’aria è satura e serve ricambio
– VMC a basso consumo per garantire 3-4 ricambi d’ora senza aprire le finestre a gennaio o ad agosto
Non è fantascienza. Sono tecnologie già usate in uffici, ospedali e in molte scuole del nord Europa. Riducono del 30-50% la trasmissione delle malattie respiratorie e abbattono l’assenteismo.
Cosa serve davvero: un piano in 3 punti
Mettere un condizionatore in ogni aula non risolve. Serve un approccio integrato.
Temperatura giusta tutto l’anno*: climatizzatori a pompa di calore classe A+++, coibentazione, schermature solari. Così si studia a 24-26°C a settembre e a 20-21°C a gennaio.
Aria pulita e monitorata: installare purificatori certificati nelle aule più affollate e VMC nelle scuole di nuova costruzione o in ristrutturazione. Obbligo di indicatori CO2 visibili.
Manutenzione e fondi strutturali: non interventi una tantum. Il PNRR ha dato una spinta, ma servono risorse ordinarie per bollette, filtri, controllo impianti. Altrimenti tra 2 anni torniamo al punto di partenza.
L’urgenza è adesso
Ogni anno perso è una generazione che studia peggio e si ammala di più. Il clima non tornerà indietro e i virus non vanno in vacanza.
Dotare le scuole di temperatura regolata e aria filtrata non è un “extra”. È l’adeguamento minimo per garantire che il diritto all’istruzione funzioni anche con 40°C a settembre e con l’influenza a febbraio.
I ragazzi passano 1000 ore l’anno in aula. Merita che quelle ore siano nelle condizioni giuste per imparare e per stare bene.
Libero Tassella
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