Le nuove linee guida per l’insegnamento della filosofia nei licei, proposte dal Ministro Giuseppe Valditara, stanno sollevando un acceso dibattito. Non si tratta di una sterile diatriba accademica, ma di una questione che tocca il cuore del sistema educativo italiano: quale idea di formazione vogliamo trasmettere ai giovani? La scelta di escludere o marginalizzare figure come Karl Marx e Baruch Spinoza dai programmi scolastici non può essere liquidata come un semplice aggiornamento. È, piuttosto, una mossa che rischia di ridimensionare la portata stessa della filosofia come strumento per comprendere e interrogare il mondo.
La filosofia non è una lista di nomi e date, né un esercizio sterile di memorizzazione. È, o dovrebbe essere, un laboratorio del pensiero critico, uno spazio in cui gli studenti imparano a mettere in discussione le certezze, a leggere i rapporti di potere e a riconoscere le contraddizioni della realtà. Ridurre l’insegnamento della filosofia a un canone ristretto significa tradire questa missione. E non è un caso che le voci critiche si stiano moltiplicando: una petizione firmata da oltre sessanta accademici denuncia il rischio di trasformare la disciplina in un mosaico frammentato, privo di coerenza e profondità.
Ma perché proprio Marx e Spinoza? La loro esclusione non sembra casuale. Entrambi gli autori rappresentano, in modi diversi, un pensiero critico che sfida lo status quo. Marx, con la sua analisi dei meccanismi economici e delle disuguaglianze sociali, e Spinoza, con la sua visione radicale della libertà e della democrazia, sono figure scomode per chi preferisce una scuola che formi sudditi anziché cittadini consapevoli. Forse è proprio questo il punto: una scuola che rinuncia ai suoi autori più critici è una scuola che abdica al suo ruolo di formare coscienze autonome.
Il capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione cultura alla Camera, Antonio Caso, ha definito “allarmante” questa direzione politica. E non si può dargli torto. Ridisegnare i programmi scolastici non è mai un atto neutrale: dietro ogni scelta c’è una visione del mondo, un’idea di società. E qui sembra emergere una volontà precisa di depotenziamento della filosofia come strumento di emancipazione.
La domanda è inevitabile: quale tipo di cittadino vogliamo formare? Uno capace di interrogarsi sui rapporti di potere, sulle disuguaglianze e sulle libertà individuali? Oppure uno che accetta passivamente il mondo così com’è? La risposta a questa domanda non riguarda solo i licei o gli addetti ai lavori, ma l’intera società. Perché una scuola impoverita nel pensiero è una scuola che prepara a un futuro più fragile e meno libero. E questo non possiamo permettercelo.
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