Dal 1° maggio entra in vigore il cosiddetto “salario giusto”, una misura che il governo Meloni presenta come un passo avanti verso retribuzioni più eque. Ma cosa cambia realmente per i lavoratori italiani? Poco, almeno per la maggioranza.
La novità principale riguarda i contratti “pirata”, firmati da organizzazioni non rappresentative, che coinvolgono circa il 3% dei lavoratori del settore privato. Per questi, il decreto prevede l’obbligo di rispettare i livelli retributivi fissati dai contratti collettivi nazionali delle sigle sindacali maggiormente rappresentative, come CGIL, CISL e UIL.
Tuttavia, per il restante 97% dei lavoratori già coperti da contratti collettivi nazionali, l’impatto sarà nullo. Il decreto non tocca i salari bassi presenti anche nei contratti regolari, né introduce aumenti automatici in caso di scadenza contrattuale.
Più che una riforma strutturale, il “salario giusto” appare come una misura mirata per combattere il dumping salariale e rafforzare la contrattazione collettiva. Ma per affrontare davvero il problema del lavoro povero, serviranno interventi ben più incisivi.
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