Negli ultimi anni, l’abitudine di dividere le classi in caso di assenza di un docente sembra essere diventata una soluzione di comodo per molte scuole. Ma questa pratica, oltre a suscitare dubbi sulla sua efficacia pedagogica, solleva interrogativi di natura legale. È davvero corretto frammentare la didattica, compromettendo la continuità educativa, invece di ricorrere a un supplente?
La questione si complica ulteriormente quando si parla dei permessi retribuiti garantiti dalla legge 104. È legittimo che un docente usufruisca di tali diritti, ma quando l’assenza si ripete con regolarità – ad esempio ogni venerdì – il problema si ribalta sugli studenti. Perché a pagarne le conseguenze devono essere gli alunni, costretti a subire ore “vuote” o a essere distribuiti in altre classi, spesso in condizioni di sovraffollamento?
La normativa scolastica prevede che, in caso di assenza, si debba garantire la continuità didattica. Eppure, l’uso sistematico della divisione delle classi sembra più una scorciatoia che una soluzione. Sarebbe il caso di ripensare l’organizzazione interna delle scuole e di investire maggiormente nella disponibilità di supplenti, per evitare che i diritti degli insegnanti si traducano in una palese ingiustizia per gli studenti.
Un docente disperato
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