Pensioni, niente da fare, legittimi i tagli, gli assegni saranno più leggeri mentre il carovita è inarrestabile.
La Corte Costituzionale ha confermato la legittimità dei tagli alla perequazione delle pensioni per il biennio 2023-2024, previsti dalle leggi di bilancio n. 197/2022 e n. 213/2023. Con la sentenza n. 52/2026, depositata ieri, la Consulta ha respinto le questioni di legittimità sollevate dal Tribunale di Trento, salvando così il discusso meccanismo di rivalutazione “a blocchi”.
La vicenda affonda le sue radici nella decisione del legislatore di reintrodurre un sistema che, in nome del contenimento della spesa pubblica, penalizza in parte i trattamenti pensionistici superiori a quattro volte il minimo. Un pensionato aveva contestato il calcolo dell’Inps sulla propria pensione, sostenendo che il sistema a blocchi violasse i principi costituzionali di uguaglianza e proporzionalità tra contributi versati e assegni percepiti.
Ma cosa prevede esattamente questo meccanismo? In sintesi, la rivalutazione dell’assegno pensionistico non avviene in modo uniforme su tutto l’importo, bensì applicando percentuali decrescenti man mano che l’importo complessivo cresce. Per esempio, le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo (Tm) vengono rivalutate al 100%, mentre quelle superiori a dieci volte il Tm subiscono una rivalutazione ridotta al 32% nel 2023 e addirittura al 22% nel 2024.
Secondo i calcoli presentati dal ricorrente, questo sistema avrebbe comportato una perdita mensile significativa: 170,30 euro nel 2023 e 316,80 euro nel 2024. Tuttavia, per la Corte Costituzionale tali scostamenti non sono sufficienti a rendere irragionevole la scelta legislativa. La Consulta ha infatti sottolineato che le differenze tra le fasce di reddito risultano contenute e che l’introduzione di clausole di salvaguardia ha evitato effetti distorsivi come il “sorpasso” tra pensioni di importo diverso.
La decisione della Corte ribadisce un principio ormai consolidato: nei periodi di difficoltà economica, il legislatore può adottare misure temporanee che differenziano i trattamenti previdenziali, purché queste non compromettano i diritti fondamentali dei pensionati. Tuttavia, non si può ignorare l’impatto che tali provvedimenti hanno su una fascia della popolazione già vulnerabile.
Se da un lato è comprensibile la necessità di tutelare i conti pubblici in un contesto di alta inflazione e spesa crescente, dall’altro è inevitabile chiedersi se sia giusto far gravare questi sacrifici sempre sugli stessi soggetti. I pensionati con assegni medio-alti si trovano spesso a dover subire decurtazioni che, pur se giustificate come temporanee, si ripetono con una frequenza preoccupante.
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