Crisi – L'Italia in 10 anni ha perso 316 mila giovani “cervelli”

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«La fuga dei cervelli è una perdita secca per l’Italia, che si accolla il costo della loro formazione e poi si vede deprivare di fondamentali energie. Occorre trovare le condizioni perché restino qui. Non si tratta di mettere divieti. Un’esperienza all’estero è fisiologica. Quello che è patologico è restare fuori». Le parole sono del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e sono tratte da una intervista rilasciata al direttore del Tg5, Clemente Mimun, quattro giorni fa.

Il dramma non è meramente umano, ma anche economico. L’Ocse calcola in 130 mila dollari il costo medio per la formazione base di un giovane. Confindustria ritiene che con università, dottorato, master, corsi di lingue eccetera, l’investimento per la formazione di un ricercatore si aggiri sugli 800 mila euro, e che solo negli ultimi anni – ha detto due giorni fa il presidente degli industriali Giorgio Squinzi «il nostro paese ha speso grosso modo 5 miliardi di euro e i nostri competitori increduli ringraziano del prezioso regalo».

Secondo una indagine sul campo condotta dal programma «Giovani talenti» di Radio24, tra il 2000 e il 2010 hanno lasciato l’Italia 316 mila «cervelli», cioè giovani tra i 25 e i 37 anni, muniti di laurea e con ambizioni professionali di alto profilo. Il primo paese verso cui guardano i giovani italiani è la Germania, seguita dall’Inghilterra, dalla Francia e dagli Stati Uniti, ma all’ottavo posto c’è già la Cina e al nono il Brasile.

Tutto questo non sarebbe, però, un problema se rientrasse nel normale flusso fisiologico dei cervelli che esiste in tutto il mondo sviluppato: per esempio da noi il tasso di espatri di laureati in discipline scientifiche (matematica, fisica, chimica, biologia) è del 16,2%, contro il 23,3% della Germania, il 25,1% della Gran Bretagna, il 21,1% del Belgio. La scienza ha bisogno di questi scambi. Il dramma sta nel fatto che da noi chi esce non torna indietro. Secondo una indagine del centro studi sulle migrazioni «Altreitalie», ciò che spinge i nostri ricercatori a migrare non è solo il desiderio di esperienza quanto l’insofferenza verso il sistema clientelare delle raccomandazioni che vige da queste parti.

Tant’è che mentre il 18,7 per cento vorrebbe tornare in patria quando si presentassero le condizioni, il 41,3% lo esclude in assoluto proprio per una «forma di odio e di risentimento verso il sistema accademico e scientifico del nostro Paese».

La Stampa

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