Scuola sotto attacco, la battaglia di Bologna, articolo di Roberto Ciccarelli

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Intervista a Wu Ming sul referendum sulle materne paritarie: «Basta tagli al Welfare e soldi ai privati, riscopriamo la partecipazione»

 

Tra Palazzo d’Accursio a Bologna e San Pietro a Roma il governo delle larghe intese Pd-Pdl è schierato al completo. C’è la Conferenza Episcopale Italiana, Comunione e Liberazione, il Vaticano. Poi ci sono i poteri economici di Legacoop e Confcooperative. Tutti insieme contro il comitato promotore del referendum consultivo sui fondi alle scuole materne paritarie previsto domenica 26 maggio a Bologna. Il collettivo degli scrittori bolognesi Wu Ming descrive lo scontro in corso sotto le Due Torri come la battaglia delle Termopili. Ci sono i volontari del «comitato 33» che sono come i trecento spartani di Leonida. E poi c’è Serse con il più grande esercito del mondo che però teme una vittoria del «fronte A». Se così fosse, dopo anni di tagli, la scuola pubblica riconquisterebbe la propria dignità. In più, le scuole pubbliche comunali bolognesi potrebbero usufruire di 1,2 milioni di euro che oggi sono destinati alle private paritarie, 26 su 27 sono cattoliche.

Perché questo referendum è diventato un caso nazionale?
Per almeno tre motivi. Il primo è che si sta per sferrare l’attacco finale alla scuola pubblica, dopo anni di stillicidio a base di tagli e propaganda. Sarà probabilmente il governissimo Letta a farlo, con gli uomini di CL nei posti chiave. Quando di fronte ai bambini esclusi dalla scuola d’infanzia pubblica senti un Comune “virtuoso” come quello di Bologna dire che possono rivolgersi a quella paritaria privata, a pagamento e confessionale, capisci che si sta cercando di cambiare in profondità il concetto di scuola. Di fatto si sta abbandonando l’idea della scuola come diritto universale. Quindi il referendum bolognese è visto come fumo negli occhi. Il secondo motivo è che in un momento di crisi totale delle forme della politica, un’iniziativa spontanea dal basso che mette in discussione le politiche scolastiche consolidate da un quindicennio crea un problema, perché se avesse successo potrebbe innescare una reazione a catena difficile da controllare. Infine questo referendum mette il dito nella piaga dell’equivoco culturale su cui si è fondato il Partito Democratico e che lo rende ab origine inservibile a qualsivoglia riforma. Ovvero indirettamente afferma che non si può essere socialdemocratici e liberisti al tempo stesso, né laici e confessionalisti al tempo stesso. Bisogna scegliere.

Rodotà è il presidente onorario del «comitato 33» appoggiato da tutte le opposizione al governo delle larghe intese. Una vittoria potrebbe influire sul governo Letta?
È molto improbabile che un referendum consultivo locale di per sé possa avere conseguenze dirette sul governo. Tuttavia la battaglia bolognese allude sicuramente al tradimento delle istanze di cambiamento espresse da due terzi dell’elettorato nel febbraio scorso. L’azione del comitato Articolo 33 è un “do it yourself” che gira intorno al grande vuoto lasciato dall’autoestinzione della sinistra politica. E’ ovvio che raccolga l’adesione di tutti gli ultimi esponenti della sinistra rimasti in questo paese.

Secondo Romano Prodi, che appoggia i fondi alle materne paritarie, la vittoria del «comitato 33» imporrà una discriminazione tra cittadini di serie A e B. Siete d’accordo con questa lettura?
È precisamente vero il contrario. L’attuale sistema integrato bolognese, unito ai tagli alla spesa pubblica e agli enti locali operati dagli ultimi governi, non è più in grado di garantire a tutti una scuola d’infanzia gratuita e laica. Di conseguenza discrimina i poveri e i non cattolici, i quali con l’avanzare della crisi, dei flussi migratori e dei ritmi demografici, crescono progressivamente.

Il fronte della B sostiene che la sua sconfitta produrrà un esodo dalle scuole private e un aumento delle loro rette. È un esito realistico?
Puro allarmismo propagandistico. Questo non è un referendum per abrogare i finanziamenti pubblici alle scuole paritarie private. Basta leggere il quesito. Si parla dei finanziamenti comunali, che ammontano a meno della metà dei finanziamenti pubblici alle scuole parificate bolognesi. E’ evidente che in caso dovesse vincere la A, il Comune dovrebbe mettere i vari soggetti intorno a un tavolo e studiare una soluzione di disimpegno dei finanziamenti senza nuocere ai bambini. Ad esempio trovando dei sostituti privati che coprissero l’onere per le scuole private e ristabilendo così i giusti ambiti di competenza. Non bisogna poi dimenticare che i posti liberi alle scuole d’infanzia private parificate sono in aumento, l’anno scorso erano 96, quest’anno addirittura 300, stando a quanto annunciato dal Comune. Al netto delle scelte politiche, in prospettiva potrebbe addirittura diventare controproducente sovvenzionarle.

La Cei insiste sulla difesa della libertà di insegnamento. Per voi è il modo giusto di porre il problema del rapporto tra Stato e Chiesa, tra pubblico e privato?
La libertà d’insegnamento è un principio che vige nella scuola pubblica. Nel 99% delle scuole private parificate di Bologna l’insegnamento e il progetto educativo sono d’ispirazione monoconfessionale. La libertà di farsi una propria scuola esclusiva è sancita dalla Costituzione, ma senza oneri per lo Stato, cioè senza le tasse di tutti. Con i soldi di tutti si fa la scuola per tutti.

Perché è necessario domenica andare a votare e perché bisogna votare A?
Perché è l’occasione di dare un segnale in controtendenza: basta favoritismi alle scuole private, ristabiliamo la priorità della scuola pubblica; basta tagli al welfare, iniziamo a recuperare i soldi elargiti ai privati; basta delega in bianco, riscopriamo la partecipazione diretta su battaglie concrete.

Il manifesto,

 

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