Statali – In quattro anni gli stipendi sono stati tagliati di 150 Euro al mese

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ROMA È giusto che i dipendenti pubblici, le cui busta paga sono bloccate dal 2010 a tutto il 2013, non ricevano aumenti anche per il 2014? È questa una delle domande più importanti alle quali il governo Letta dovrà rispondere nelle prossime settimane. Già perché i sindacati, sfruttando uno spiraglio lasciato aperto dalla lunga fase di passaggio fra il vecchio e il nuovo esecutivo, hanno tutta l’intenzione di passare all’offensiva.
Con una piattaforma semplicissima: dopo una quaresima di quattro anni – durante i quali l’inflazione ha fatto scendere di fatto gli stipendi almeno del 7/8% pari in media a 150 euro al mese – non è un sacrilegio tornare a parlare di aumenti. Ma per capire bene cosa bolle in pentola sul fronte delle buste paga degli statali bisogna fare un passo indietro. Durante una delle manovre della terribile estate del 2011, il governo Berlusconi confermò il congelamento fino a tutto il 2013 degli stipendi del pubblico impiego. Una tagliola micidiale. Che, assieme al blocco delle assunzioni, ha portato a un crollo fortissimo della spesa per il pubblico impiego che – va sottolineato – è ancora più forte di quanto appare a prima vista per via dell’inflazione maturata nel frattempo: nel 2010 gli statali sono costati agli italiani 172 miliardi contro i 163 circa stanziati quest’anno.
OBIETTIVO RAGGIUNTO
Insomma, questo obiettivo di riduzione della spesa pubblica è stato raggiunto, persino brillantemente. Ma ora che fare? E’ meglio continuare con il cilicio o è preferibile cambiare registro. Il governo Monti – costretto dalla lunga incertezza politica a presentare i conti in Europa anche per il 2014 – se l’é cavata con un escamotage. Da una parte ha varato un Decreto ministeriale per prorogare il blocco degli aumenti anche per il 2014 stanziando per l’anno prossimo ”solo” 161,9 miliardi per gli statali ma dall’altra – poiché l’iter burocratico di questo decreto è lungo – ha lasciato il tempo al nuovo esecutivo per ripensarci. O, quantomeno, per decidere in autonomia cosa fare. A questo punto il cerino acceso passa innanzitutto nelle mani del ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, e di quello della Funzione Pubblica Gianpiero D’Alia. Se decideranno di rinnovare i contratti dal 2014 dovranno trovare i relativi soldi. Quanti? Come minimo un miliardo. Infatti, in media, l’aumento dell’1% dello stipendio di un dipendente pubblico è pari ad una maggiore spesa di 24 euro mensili. Che per 13 mesi farebbero 312 euro a testa. Che per 3,2 milioni di statali farebbero 998 milioni.
I SINDACATI
«La prudenza del nuovo governo sui conti pubblici è del tutto comprensibile – dice Michele Gentile, uno dei responsabili della Cgil Funzione Pubblica – Ma altrettanto opportuno appare l’avvio di un percorso che riporti sul sentiero della normalità i contratti del pubblico impiego. I numeri parlano da soli sui sacrifici che i dipendenti pubblici hanno fatto. Inutile fare retorica. Ma non si può continuare all’infinito sulla vecchia strada». Anche perché, oltre al nuovo contratto, sul tavolo ci sono molte altre questioni spinose, a partire da quella dei precari.

Diodato Pirone

Il Messaggero

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