C’è un paradosso che da tempo aleggia sulla scuola italiana: da un lato, si proclama l’importanza di valori come l’inclusione, la cittadinanza democratica e la tutela dei diritti umani; dall’altro, si lasciano i docenti a navigare in un mare di burocrazia, con risorse limitate e riconoscimenti inadeguati. Ora, con il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) “Istruzione e Ricerca” 2025-2027, si presenta un’occasione irripetibile per affrontare questa contraddizione.
L’Italia non può più permettersi una scuola che si limiti a sopravvivere. Guardando oltre i confini nazionali, troviamo modelli virtuosi che offrono spunti preziosi. In Svezia, i docenti dispongono di 104 ore annuali per la formazione professionale, mentre in Francia è obbligatoria e strutturata anche per gli insegnanti della scuola primaria. Nei Paesi Bassi, ogni docente ha accesso a un budget personale per lo sviluppo professionale, mentre in Estonia la carriera è scandita da un sistema meritocratico che premia la crescita professionale.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha avanzato proposte che potrebbero traghettare la scuola italiana verso standard più elevati. Tra queste, l’introduzione di un monte ore annuale specifico per la formazione continua, con priorità su temi cruciali come inclusione, educazione digitale e prevenzione della violenza. Non si tratta solo di un atto formale: rendere la formazione obbligatoria deve significare anche garantirne la sostenibilità organizzativa ed economica.
Un altro punto critico è il riconoscimento della progettazione educativa come attività qualificata, distinta dagli oneri burocratici. Troppo spesso si chiede ai docenti di conciliare l’insegnamento con una mole insostenibile di adempimenti amministrativi, sottraendo tempo prezioso alla relazione educativa con gli studenti. Un riequilibrio è necessario, così come lo è il diritto alla disconnessione, in un’epoca in cui il lavoro digitale rischia di occupare ogni momento della giornata.
E poi c’è il nodo delle retribuzioni. La logica del “poco stipendio–pochi obblighi” ha impoverito non solo le tasche dei docenti, ma anche il valore stesso della professione. È tempo di superare questa visione riduttiva e di investire in percorsi di carriera che premino l’eccellenza e la specializzazione. Tutor, mentor e docenti esperti in inclusione o innovazione didattica devono essere riconosciuti come figure chiave del sistema educativo.
Il rinnovo del CCNL non può essere una mera operazione amministrativa. Deve trasformarsi in un atto politico e culturale che restituisca dignità alla professione docente e garantisca agli studenti un diritto all’istruzione pienamente realizzato. Come sottolinea il presidente del CNDDU, Romano Pesavento, una scuola che non tutela i propri insegnanti non potrà mai essere un luogo di vera crescita umana e democratica.
Se vogliamo una scuola capace di educare ai diritti umani, dobbiamo partire dal rispetto per chi quei diritti li insegna ogni giorno.
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