Il dibattito sul futuro dell’università italiana si infiamma nuovamente, questa volta a causa della decisione del Governo Meloni di eliminare l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), un meccanismo introdotto per garantire trasparenza e merito nel reclutamento accademico. La scelta di sostituire l’ASN con un sistema basato su autocertificazioni ha sollevato un’ondata di critiche, in particolare dal Movimento 5 Stelle. Antonio Caso, capogruppo M5S in commissione cultura alla Camera, non ha usato mezzi termini per definire la mossa come “un favore ai baronati”.
L’ASN, pur non priva di difetti, rappresentava uno strumento volto a limitare il potere di quei gruppi accademici che spesso influenzano i concorsi universitari in base a logiche di appartenenza e non di merito. La sua eliminazione, secondo Caso, rischia di riportare il sistema universitario indietro di decenni, favorendo nuovamente pratiche clientelari e localismi. “Quando una regola non funziona, si migliora, non si elimina”, ha dichiarato il deputato pentastellato, sottolineando come questa decisione rappresenti un passo indietro per la trasparenza e l’autonomia accademica.
Ma non è solo la cancellazione dell’ASN a preoccupare. Caso ha puntato il dito contro i tagli ai finanziamenti per università e ricerca, che stanno progressivamente riducendo le opportunità per i giovani ricercatori italiani. “Migliaia di precari vengono lasciati senza prospettive e costretti a cercare un futuro altrove”, ha affermato in Aula, richiamando l’attenzione su un fenomeno ormai cronico: la fuga di cervelli. Meno risorse significano meno assunzioni e meno possibilità per l’università italiana di competere a livello internazionale.
A rendere ancora più complesso il quadro è il presunto indebolimento dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), che secondo il M5S rischia di perdere la propria indipendenza a vantaggio di una gestione partitica. “Meno investimenti, meno autonomia, meno merito: questa non è una riforma per rilanciare l’università, ma per renderla più debole e controllabile dalla politica”, ha concluso Caso con toni duri.
La questione solleva interrogativi sul futuro del sistema universitario italiano. In un contesto globale in cui la competizione accademica è sempre più serrata, il rischio è che l’Italia si trovi ulteriormente relegata ai margini, incapace di trattenere talenti e innovare. Ma c’è anche un altro aspetto che non può essere ignorato: quando la politica mette le mani sull’università, si apre una crepa nel delicato equilibrio tra libertà accademica e controllo istituzionale. E questo, come ricorda Caso, non è solo un problema per l’università, ma per la democrazia stessa.
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