Roma – Ancora una volta, la burocrazia rischia di soffocare un’iniziativa che, sulla carta, avrebbe potuto rappresentare un pilastro per il rilancio della ricerca in Italia. Parliamo del Fondo Italiano per la Scienza (FIS3), un programma da 475 milioni di euro destinato a finanziare 326 progetti di ricerca, ma che ora si trova in bilico a causa di scadenze amministrative che sembrano tutto fuorché realistiche.
La denuncia arriva dal deputato del Movimento 5 Stelle Antonio Caso, membro della Commissione Cultura, che ha annunciato un’interrogazione urgente alla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. Caso chiede una proroga al 31 dicembre 2026 per l’avvio dei progetti finanziati dal FIS3, attualmente fissato al 30 maggio. Una richiesta che non nasce dal nulla, ma da una lettera firmata da ben 222 ricercatori vincitori del bando — il 68% del totale — che hanno evidenziato difficoltà operative insormontabili entro i tempi previsti.
Le problematiche sollevate sono tutt’altro che marginali. Si va dall’inquadramento presso atenei ed enti di ricerca al reclutamento del personale necessario per i progetti, fino alla rimodulazione dei budget. In sostanza, il rischio è che molti progetti già approvati possano essere rallentati, se non addirittura abbandonati. E questo non solo rappresenterebbe uno spreco di risorse pubbliche, ma infliggerebbe un colpo durissimo al sistema della ricerca italiana, già cronicamente sottofinanziato.
A rendere ancora più complessa la situazione c’è poi il tema delle tutele per la genitorialità. Un secondo appello, sottoscritto da 136 ricercatori, ha posto l’accento sulle carenze normative in materia di maternità, paternità e congedi parentali. È paradossale che, in un Paese che fatica a sostenere le famiglie e a incentivare la natalità, proprio i ricercatori che scelgono di diventare genitori debbano essere penalizzati nell’accesso a fondi pubblici.
La ministra Bernini ha ora l’occasione di dimostrare concretamente quanto il suo mandato sia votato al rilancio della ricerca. Non si tratta solo di prorogare una scadenza: è necessario rivedere le disposizioni attuative del bando per renderle compatibili con le reali esigenze di chi lavora nel settore e per garantire una piena armonizzazione con le leggi sulla genitorialità. La ricerca non può essere trattata come una mera questione contabile o burocratica; è un investimento strategico per il futuro del Paese.
Non intervenire significherebbe vanificare anni di lavoro e progettazione, lasciando sul terreno non solo milioni di euro, ma anche la speranza di un sistema accademico e scientifico più competitivo e inclusivo. E questo, francamente, non possiamo permettercelo.
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