HomeNotiziePNRR: la Spagna cresce, l’Italia arranca. Dove stiamo sbagliando?

PNRR: la Spagna cresce, l’Italia arranca. Dove stiamo sbagliando?

La Spagna ha saputo investire bene i fondi del PNRR, l'Italia no!

Mentre la Spagna registra una crescita del 3,7% grazie a un utilizzo mirato e strategico dei 39 miliardi di euro ricevuti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), l’Italia, con ben 210 miliardi a disposizione, si ritrova sull’orlo della recessione. È una dicotomia che non può passare inosservata, né tantomeno essere liquidata con spiegazioni semplicistiche. La domanda è inevitabile: perché noi non riusciamo a tradurre questa pioggia di miliardi in crescita economica tangibile?

Guardiamo ai numeri

La Spagna ha saputo convogliare le risorse del PNRR verso progetti concreti, con un focus su infrastrutture, transizione ecologica e digitalizzazione. Non solo: il governo spagnolo ha mostrato una capacità di gestione e pianificazione che ha permesso di evitare ritardi e sprechi. In Italia, al contrario, il dibattito sul PNRR sembra essersi arenato tra burocrazia, inefficienze amministrative e visioni politiche divergenti. Le risorse ci sono, ma spesso mancano i progetti pronti a partire, o peggio ancora, non si riesce a completare quelli già avviati.

Non è solo una questione tecnica, ma anche politica

La frammentazione decisionale e la mancanza di una visione unitaria pesano come macigni. Ogni livello istituzionale – dai comuni alle regioni, fino al governo centrale – sembra muoversi in ordine sparso, con il risultato che i fondi restano bloccati o vengono utilizzati in modo poco efficace. A ciò si aggiunge un problema culturale: in Italia si tende ancora a considerare i fondi europei come una manna dal cielo da spartire più che come un’opportunità per costruire un futuro sostenibile e competitivo.

Nel frattempo, sul fronte del lavoro, arrivano timidi segnali di miglioramento. L’accordo raggiunto nel settore cineaudiovisivo per un acconto sugli aumenti salariali è una boccata d’ossigeno per migliaia di lavoratori. Novanta euro lordi in più al mese, a partire da maggio 2026, rappresentano un primo passo verso il rinnovo di un contratto collettivo nazionale scaduto ormai da oltre cinque anni. Ma basta questo per parlare di inversione di tendenza? Difficile crederlo.

L’aumento salariale è infatti solo un anticipo su futuri accordi e non una misura strutturale. Inoltre, il ritardo accumulato nel rinnovo contrattuale riflette un problema più ampio: la difficoltà di dialogo tra le parti sociali in un contesto economico incerto e frammentato. La stessa situazione si rispecchia in altri settori del mercato del lavoro italiano, dove la precarietà e la stagnazione dei salari continuano a pesare sulle famiglie.

La verità è che il nostro Paese sembra intrappolato in un circolo vizioso: i fondi ci sono, ma non vengono spesi adeguatamente; le riforme vengono annunciate, ma raramente attuate; i lavoratori attendono aumenti che arrivano con il contagocce. E intanto la crescita resta al palo.

Forse il caso spagnolo dovrebbe servire da lezione. Non si tratta solo di avere risorse, ma di saperle utilizzare con visione strategica e capacità esecutiva. Perché se con 39 miliardi si può crescere del 3,7%, cosa potremmo fare noi con 210 miliardi?

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