C’è qualcosa di profondamente sbagliato nella direzione che il Governo ha scelto di imprimere alla scuola pubblica italiana. La riforma degli istituti tecnici, proposta dal ministro Valditara, rappresenta un passo deciso verso una concezione dell’istruzione come mero strumento al servizio del mercato. Un modello che, anziché formare cittadini consapevoli e critici, sembra puntare a sfornare lavoratori pronti all’uso: meno preparati, più mansueti, facilmente sfruttabili.
Non è un caso, dunque, che i sindacati abbiano deciso di alzare la voce, indicendo uno sciopero che merita tutto il nostro sostegno. Chi vive ogni giorno le aule scolastiche sa bene cosa significhi fare i conti con riforme calate dall’alto, prive di dialogo e visione. Perché di questo si tratta: un piano che non tiene conto delle reali necessità del sistema educativo né delle sfide che il nostro Paese deve affrontare per garantire un futuro equo e sostenibile.
Ridurre la scuola a un’agenzia interinale – come ha giustamente sottolineato Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra – significa tradire la sua missione primaria: formare persone libere, capaci di pensare con la propria testa e di partecipare attivamente alla vita democratica. La cultura non è una merce, non si misura in termini di immediate opportunità occupazionali, né può essere subordinata alle logiche di profitto delle imprese.
Ma c’è di più: questa riforma arriva in un contesto già segnato da anni di tagli e disinvestimenti. Gli insegnanti sono lasciati soli, con stipendi inadeguati e risorse sempre più scarse. Le scuole faticano a garantire un’offerta formativa di qualità, mentre l’autonomia promessa si riduce spesso a un vuoto slogan. E ora, con la riforma Valditara, si rischia di aggravare ulteriormente una situazione già critica.
Non si tratta di essere contro il cambiamento per principio. Si tratta di pretendere un cambiamento che guardi al bene comune e non agli interessi particolari. La scuola pubblica è un pilastro della democrazia: smantellarla o piegarla a logiche utilitaristiche significa minare le fondamenta stesse del nostro vivere civile.
Lo sciopero dei lavoratori della scuola è un grido d’allarme che non possiamo permetterci di ignorare. È una battaglia per il futuro delle nuove generazioni, per il diritto a un’istruzione libera e di qualità, per un Paese che non rinunci alla sua anima in nome dell’efficienza economica. E in questa battaglia, non possiamo che essere al loro fianco.
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