La recente riforma degli istituti tecnici, promossa dal governo Meloni sotto l’ombrello del PNRR, solleva interrogativi profondi sul futuro dell’istruzione pubblica italiana. La riduzione del percorso scolastico a quattro anni, accompagnata da un aumento delle ore di alternanza scuola-lavoro, sembra dettata più dalle esigenze di Confindustria che da quelle educative. A completare il quadro, l’introduzione di due anni aggiuntivi a pagamento presso gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) trasforma il diritto allo studio in un privilegio economico.
Gli ITS, gestiti in larga misura da aziende private, mirano a formare lavoratori altamente specializzati per il mercato locale. Tuttavia, questa specializzazione estrema rischia di rendere i giovani lavoratori obsoleti nel giro di pochi anni, costringendoli a una costante rincorsa alla riqualificazione professionale. La perdita di ore dedicate a materie come italiano e geografia economica riduce ulteriormente la capacità critica degli studenti, trasformandoli in meri esecutori.
Questa riforma sembra rafforzare un modello di istruzione che non forma cittadini consapevoli, ma manodopera precaria e facilmente sostituibile. Un modello che, più che preparare al futuro, condanna molti giovani a un presente incerto e subordinato.
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