RICCIONE – La giustizia ha parlato e lo ha fatto in modo chiaro: il professor Carlo Chessa, docente presso l’Ipsseoa “Savioli” di Riccione, ha ottenuto una vittoria definitiva in Appello contro il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM). La Corte d’Appello di Bologna ha respinto il ricorso presentato dall’Avvocatura dello Stato, confermando la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale del Lavoro di Rimini e condannando l’Amministrazione al pagamento delle spese legali.
La vicenda giudiziaria, che si protrae da due anni, ha avuto origine da una richiesta di trasparenza avanzata dal docente in qualità di membro del Consiglio d’Istituto. Chessa aveva chiesto l’accesso ai dati contabili relativi agli introiti della cassa interna della scuola, un’azione che, secondo quanto emerge dalle motivazioni della sentenza, avrebbe scatenato un atteggiamento ostile da parte della dirigenza scolastica. In seguito a un episodio avvenuto in classe, il professore era stato sanzionato con una censura disciplinare. Tuttavia, la Corte ha stabilito che le accuse mosse dal MIM fossero infondate.
Le motivazioni della sentenza sono nette: il comportamento del docente è stato giudicato pienamente legittimo. In particolare, la Corte ha sottolineato come Chessa avesse richiesto un ordine di servizio scritto prima di abbandonare l’aula, al fine di garantire la continuità della vigilanza sugli studenti, un obbligo non derogabile per un insegnante. Il rifiuto di obbedire a un ordine verbale del dirigente scolastico è stato considerato non solo giustificato, ma necessario per tutelare la sicurezza dei minori e la propria responsabilità professionale.
La decisione della Corte d’Appello va oltre il caso specifico e stabilisce un precedente rilevante: i dirigenti scolastici non possono adottare atteggiamenti autoritari o impartire ordini verbali che mettano a rischio l’osservanza delle norme sulla sicurezza scolastica. Questo principio rafforza il concetto che anche l’Amministrazione deve conformarsi alle regole e alle procedure.
Determinante nell’esito positivo della vicenda è stato il supporto della Uil Scuola Rimini, che ha affiancato il docente durante tutto il percorso legale. Costantino Scamperti, segretario responsabile dell’organizzazione sindacale, ha espresso soddisfazione per la sentenza ma non ha risparmiato critiche al Ministero per aver portato avanti un ricorso che ha gravato inutilmente sulle risorse pubbliche.
«Questa vicenda dimostra come, troppo spesso, chi agisce per trasparenza e legalità si trovi a dover affrontare battaglie estenuanti contro un sistema pubblico che non esita a ricorrere a ogni mezzo legale disponibile, anche quando le ragioni sono palesemente infondate», ha dichiarato Scamperti. Un monito che dovrebbe far riflettere non solo gli addetti ai lavori, ma anche chi gestisce risorse e istituzioni pubbliche.
La sentenza rappresenta una vittoria non solo per il professor Chessa, ma per l’intera comunità scolastica: un richiamo forte alla necessità di rispettare i diritti e i doveri di ogni attore coinvolto nel sistema educativo.
Sentenza 363 2026 corte d’appello Bologn
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