Di Corrado Zunino

Raffaella si è laureata in criminologia nel 2011. Da due anni cerca lavoro custodendo nello zaino due curricula: nel primo ha scritto tutte le sue qualifiche, nell’altro appare solo diplomata. Marta, laureata nel 2007 e con un master in didattica museale, racconta: «L’ultimo lavoro sfiorato è di pochi mesi fa. Ho risposto a un annuncio, una scuola di design cercava una segretaria. Contratto di due mesi, passando per un’agenzia interinale, e poi un anno direttamente assunta dalla scuola. Requisito fondamentale: un’ottima conoscenza dell’inglese. Ho superato tutti i test e alla fine mi sono sentita dire che non andavo bene perché avevo una laurea e un master». Nel successivo annuncio la scuola di design ha pubblicato la stessa richiesta specificando in calce: “No laurea”.
Non solo non è più un ascensore sociale, il diploma di laurea. Sta anche diventando un problema, una zavorra, un risultato da nascondere. «Sei troppo qualificato» è uno stucchevole mantra che gli uffici del personale regalano.aMolte, troppe aziende italiane soffrono i candidati con studi superiori alle posizioni offerte. Chi cerca occupazione, allora, li nasconde e presenta curriculum vitae
su misura: in alcuni casi la laurea è specificata, più spesso appare solo il diploma, a volte è sufficiente segnalare “esame di Stato di terza media”.
Già, nell’Italia della precarietà il lavoro che si offre è sempre più dequalificato: rispondere al telefono di un call center, occuparsi degli scaffali e della cassa nei supermercati, assolvere compiti di segreteria pura (ricevere telefonate, imbustare e inviare lettere, annotare appuntamenti, rispondere a email: basta una conoscenza di base del linguaggio dei computer per tutto questo). Imprese dove quattro titolari ogni dieci hanno la terza media (fonte Almalaurea) hanno sempre più bisogno di manovalanza e sempre meno di pensiero e conoscenza. In questo contesto la laurea diventa solo un ostacolo. Un manager laureato, dicono ancora le ricerche, assume laureati tre volte di più rispetto a un manager senza titolo.
Raffaella, dicevamo. La criminologa dal doppio curriculum racconta: «Mi sono sentita più volte ripetere: “Ma perché lei vuole lavorare da noi? Ha una scheda troppo qualificata,
noi cerchiamo solo un’impiegata” » . Graziano Gorla, segretario generale della Camera del lavoro di Milano, allarga la singola storia e conferma: «C’è chi viaggia con tre brochure: una descrive la laurea ed è ricca di dettagli, un’altra è l’esposizione secca del diploma, la terza è umile e breve e accompagna la licenza media». Marta, la museale, ha creato Meglio choosy che male accompagnati,
blog per “l’espiazione catartica di una disoccuprecaria come tante”. L’ha scovata il mensile Terredimezzo.
Il blog è dedicato all’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, capace di dire alla generazione Marta: «I giovani quando escono da scuola devono trovare un’occupazione, ma non devono essere troppo choosy (schizzinosi, sì)». Sostiene ora la blogger: «In Italia non c’è più la possibilità di entrare in un’azienda da segretaria e diventarne il direttore».
Alberto Guariso, avvocato del lavoro, spiega che la laurea nascosta, meglio definita “curriculum alleggerito”, è un fenomeno in crescita. «C’è un preconcetto diffuso nel mercato del lavoro italiano, e cioè
che non si può avere un impiego di profilo più basso rispetto ai propri studi. Un preconcetto che non vale nel caso degli stranieri ». Laureati nel loro Paese d’origine, in Italia gli stranieri vengono assunti come manovali senza remore. Daniel Zanda, segretario generale della Federazione dei lavoratori atipici di Cisl Lombardia, dice ancora: «I datori di lavoro temono che l’iperqualificato, o semplicemente il laureato che cerca il lavoro, sia demotivato da un lavoro non in linea con le sue speranze e quindi poco produttivo. C’è sempre il rischio
che appena trova qualcosa di meglio se ne vada».
L’argomento è così moderno da non avere ancora una quantificazione statistica. Ci sono alcuni elementi, però, che fanno comprendere quali sono i presupposti alla base del fenomeno sociale del “troppo qualificato”, ultima deriva della precarietà strutturale italiana. Nel 2011 l’Istat ha condotto un’indagine tra i laureati del 2007 ed è emerso che il 71,5 per cento in quattro anni aveva trovato un lavoro, tuttavia il 31 per cento di questi non aveva un impiego corrispondente alle conoscenze acquisite in università. I più penalizzati, da questo punto di vista, erano i laureati nelle facoltà umanistiche. La responsabile dello sportello Informagiovani di Cremona, Maria Carmen Russo, dettaglia: «Chi è costretto a cancellare i titoli sono soprattutto le donne con una laurea in Lettere, Sociologia, Comunicazione, Scienze politiche». Donne laureate in facoltà umanistiche.
In un blog sul Fatto quotidiano
si legge questa testimonianza: «Pochi giorni fa in uno sportello lavoro della mia città mi hanno suggerito di omettere la laurea in Scienze politiche, quella presa con il vecchio ordinamento, quella tanto sudata e che è stato motivo d’orgoglio per miei genitori e per me prima ancora. Mi hanno spiegato con tono affabile e pacato che per trovare lavoro sarebbe meglio omettere percorsi formativi così elevati. L’ho trovato offensivo». Il Venerdì di Repubblica ha invece raccontato la storia di Mattia, 30 anni, di Cremona. Dopo il liceo scientifico Mattia ha frequentato l’Università a Milano e nel 2006 si è laureato in Lettere. Da allora ha avuto collaborazioni brevi con biblioteche, teatri e musei, mai un contratto. Così Mattia ha rinunciato a quello che sapeva fare e ha cercato un posto da operaio in un’azienda dolciaria. Dove è stato scartato perché ritenuto “troppo qualificato”. Ora Mattia è alla ricerca di un lavoro con i soliti due curricula: uno presenta l’indicazione della laurea, l’altro la omette. Il consiglio della doppia presentazione, a Mattia, lo ha dato l’Infor-magiovani locale.
Se un laureato in Comunicazione aziendale viene coinvolto nel crac dell’azienda, l’espulsione dal mercato del lavoro è automatica. Oltre a un’età non più giovane, il laureato ha quel marchio: “Troppo qualificato”. Racconta Stefano, operaio a tempo indeterminato, il diploma in tasca: «Vedo più nero per i giovani laureati che per quelli che abbandonano gli studi dopo le medie». Sui blog dei precari, Idoneo curioso offre questi consigli: «Sono laureato in Giurisprudenza, ma se anche voi siete laureati non andate in un’agenzia interinale a cercare lavori degni dei vostri studi. Lì cercano solo lavori di manovalanza e se dite di essere laureati non vi chiamano perché siete troppo qualificati. Ora faccio il magazziniere: sono entrato tramite agenzia nascondendo la mia laurea». Un altro, anonimo: «Se sei laureato devi accettare lavori sottopagati: io ho preso la laurea a 27 anni, ho fatto un master e non so quanti colloqui. Oggi ne ho quasi 40 e da sette faccio l’operaio. Nella mia azienda nessuno sa che sono laureato». Laureati sotto mentite spoglie. La morale è: «Per lavorare devi dire bugie, se scoprono che sei titolato cominciano a farti pagare il fio del tuo curriculum».
Lo scorso giugno per venti posti da scaricatore al porto di Ortona — 105 i candidati — il bando escludeva “donne e laureati”. Luigi, Giurisprudenza con master, attende il dottorato a Urbino. Lavorava in un
call center per 400 euro al mese, lo hanno licenziato: overqualified.
«In questa giungla di agenzie interinali, siti internet,applications online, assessment, inductions,chi è che ci salverà dallo sconforto?», scrive. «Non ci salverà nessuno. Perché nessuno è più disposto ad assumere lavoratori troppo qualificati. E la spiegazione è semplice: per questa gente iperqualificata, ipereducata, iperistruita, non c’è più posto. In questo miserrimo campo di guerra, a cadere non è l’incapace, bensì il neolaureato.
Overqualified.
Perché di base ambizioso, e quindi potenzialmente temporaneo.
Overqualified.
Perché il posto che ti sto offrendo posso darlo a un qualche analfabeta che posso maltrattare come preferisco: non ha gli strumenti per difendersi e nessun’altra possibilità».

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